Triund

Manali, 30 maggio 2009, 15:50

Colezione

Yeshilatzo e la colazione: io e Romain, al tavolo di un ristorante tibetano, stiamo aspettando queste due cose. Romain è un piacevole trentenne di Nantes, barba bionda più lunga della mia e marcato accento francese. È in viaggio da quindici mesi.
Yeshilatzo arriva poco dopo la colazione. È molto timida e un po’ nervosa. Oltre al tibetano, parla anche un po’ di inglese, ma vuole imparare anche il francese e così Romain le ha promesso una chiaccherata. Lei stenta parecchio, parla piano e con la mano davanti alla bocca per nascondere i suoi frequenti sorrisi d’imbarazzo. Quando tutto sembra finito, colazione e lezione di francese, le chiediamo da quanto tempo è a Dharamsala.

Free Tibet!

Sul finire degli anni ’50, Nehru ha offerto quelle terre ai tibetani in fuga dalle loro case, Dalai Lama in testa. La Cina di Mao ha invaso e sfruttato il Tibet, umiliato e scacciato i suoi abitanti. Di tristi vicende come questa straboccano i libri di storia. Ma quello che colpisce forte è la bellezza del popolo che, in questo caso, è stato sopraffatto: i tibetani sono pacifici, sereni, poveri di averi e ricchi di una spiritualità straordinaria.
Yeshilatzo aveva 15 anni quando è dovuta fuggire dalla sua vita, in un villaggio di pastori. Ha attraversato l’Himalaya nepalese, assieme ad altre sette persone: due soli adulti, il resto erano ragazzi e ragazze, una delle quali incinta.
Quando ci racconta tutto questo, Yeshilatzo non ha più la mano davanti alla bocca. Parla in fretta, con un distacco enorme e, credo, inevitabile. È successo sei anni fa, hanno camminato per tre mesi nel gelo. Lei ha ancora mani e piedi, alcuni suoi compagni non più, li hanno persi nel freddo. Continuamente i tibetani fuggono da casa loro per arrivare in India. Molti non ci arrivano.
Io e Romain abbiamo in programma una passeggiata che, dopo quei racconti, ci appare forse per quello che è: un gioco.

Eventi preliminari a una partenza

La nostra meta è Triund, una cima a circa 2500 metri di altitudine. Si parte dai 1700 di McLeod Ganj. Inspiegabilmente, un monaco buddista si è offerto di venire con noi, durante la colazione con Yeshilatzo. Ben venga!
Romain deve passare dall’ufficio postale, io a ritirare i panni puliti. Ci diamo appuntamento in cima alle scale. Si chiama “Bakery and Laundry” [Forno e Lavanderia] e tuttora mi domando quale sia il nesso. Fatto sta che dopo misere 48 ore la mia roba è finalmente pulita, con un vago sentore di cannella. Non riesco ad aspettare Romain. Sono in India da una settimana, il mio stomaco mi chiede sempre dove diavolo sono finite pizza e amatriciana e l’intestino lavora e produce come Stakanov. Inizio a volare in discesa lungo i 200 e più gradini che mi portano all’ostello. Entro, esce, mi cambio, esco. In salita volo molto meno, arrivo in cima prosciugato. Romain non c’è. Torno al ristorante, niente Romain, ma c’è il monaco che aspetta. Lo rassicuro, bluffando: “Tra poco partiamo”. Torno alle scale di gran fretta. Romain è lì. Allora di nuovo al ristorante: partiamo, ho già il fiatone.

La quiete

Pochi passi e siamo già immersi nel verde della foresta himalayana. Incrociamo qualche capra e qualche scimmia, la strada è ripida e sassosa. Sbuca dal nulla un californiano che cerca un ristorante e Tenzin, così si chiama il monaco, gli dice come fare. Splende il sole e, via via che saliamo, il panorama si fa più interessante. Parliamo allegramente, tenendo il passo di Tenzin, che mai esita né mai rallenta. La giornata è stupenda.

La tempesta

Dopo poco più di un’ora di cammino spunta da dietro la montagna uno spietato nuvolone nero. Acceleriamo, Tenzin dice che c’è un chioschetto di chai poco più avanti, a metà strada sulla via per Triund. Ci fermiamo lì, beviamo e aspettiamo la pioggia, ci sono anche altri ragazzi. Alle prime gocce, mostruose per dimensioni, lasciamo l’affollatissimo chioschetto e andiamo a ripararci nell’anticamera di un minuscolo tempietto induista, appena sovrastante.
Attorno a noi si scatena una grandinata imperiale, come mai ne avevo viste prima. I chicchi cadono fitti e grandi, il tetto in lamiera che copre il chioschetto fa il rumore di una mitragliatrice. E tanto è forte il vento che la grandine cade in diagonale. È uno spettacolo. Tutto quel ghiaccio sembra voler riempire la verdissima valle e io ho l’impressione di trovarmi di fronte a un enorme mojito. La costruzione in muratura ci tiene al sicuro: lì sotto siamo io, Romain, Tenzin e una mosca.

Storia di una tregua immaginaria

L’insetto è là, fermo su di una colonna bianca, controvento. Mica è scemo. Ho la tentazione di scacciarlo: lì sotto lo spazio è poco e avrei gioco facile nel costringerlo a volare via ed esporsi, fatalmente, alle intemperie. Ma non muovo un dito. Non è pietà, bensì una legge, o perlomeno una consuetudine, che vige tra gli esseri viventi del pianeta: alla presenza di un pericolo esterno, i membri di un gruppo si compattano, sospendendo le ostilità interne. Siamo compagni di sventura, io e la mosca.
Lei sembra dirmi: “Nun ce prova’…”
Io potrei risponderle: “Cara mosca, sai bene quanto io ti detesti. Sai ancor meglio che se, nella mia quotidianità, io non ti uccido, è solo per incapacità, o per ragioni igieniche. Sappi che, io e te, siamo e restiamo nemici, ma là fuori c’è qualcosa di molto più grande di noi, che fa sì che io ti senta stranamente vicina e ti risparmi, nonostante, come puoi ben notare, ti abbia in pugno. Non voglio la tua gratitudine, poiché quando tutto questo finirà, dovrai tornare a temermi.”
Poi, imponderabilmente, Tenzin si stiracchia, sfiora con la mano la colonna e la mosca vola nella bufera. Non sarebbe vissuta a lungo, comunque.

Secondo pit stop

Poi la grandine diventa pioggia, e la pioggia se ne va. Torniamo tra la gente del chioschetto, in molti sono ancora strabiliati dalla grandinata: a terra è tutto bianco. C’è una figura in lontananza, si avvicina. È il californiano, è fradicio, si è preso tutto addosso.
Romain ha freddo, ha niente più che una maglietta, e così acquista l’unico indumento caldo in vendita al chioschetto: un cappellino nepalese.
Ci rimettiamo in marcia. Tenzin è agile e sicuro anche sul bagnato, noi lo seguiamo con impegno. Dopo un’altra ora abbondante vediamo la cima, sopra di noi, ma ci dobbiamo fermare ancora perché torna a piovere. Vedo un masso imponente che esce dalla montagna per qualche metro, sembra un buon riparo e ci inerpichiamo là. Sotto ci sono alcune coperte e i resti di un falò. Tutt’attorno alcune pietre formano un rozzo muricciolo. Abbiamo trovato un rifugio di qualche pastore. È bello lì sotto, ci raggiungono altri tre ragazzi e finiamo a parlare di Champions League e del Barça di Guardiola. Chissà chi vince la finale?!

Final Lap

Non può piovere per sempre, diceva un tale, però potrebbe piovere finché non fa buio, il che aggraverebbe la nostra situazione. Per un po’ pensiamo di tornare giù, ma poi siamo così vicini che ripartiamo appena l’acqua rallenta un attimo. A ritmi forsennati scaliamo ciò che resta della montagna. La strada ormai sale a S, io individuo un ottimo punto per tagliare e passo in testa con molti metri di vantaggio. Piove molto e il vento è forte. Sono praticamente arrivato, mi giro indietro e la scena è questa: l’inesorabile Tenzin combatte con le sue zuppe vesti abbondanti e con la salita e Romain è in maglietta, papalina e ombrellino da donna che Yeshilatzo gli ha prestato la mattina. “Ma con chi cazzo vado a giro?”
Non me lo chiedo, e arrivo.

Here comes the sun

C’è qualche baita di britannica fattura, un chioschetto, diverse tende. C’è più che altro un vento bastardo, ora che siamo in campo aperto. Corriamo dentro a una baita, bagnati e soddisfatti. Tenzin mi dà l’onore di indossare il mio K-way, mentre i suoi indumenti da monaco si asciugano un po’.
La montagna, si sa, è volubile per definizione. In un quarto d’ora splende di nuovo il sole, la pioggia si è portata via con sé la foschia e tutto è nitido e illuminato. Romain intanto si è procurato tre bicchieri di chai e siamo a rischio overdose. Ciononostante aggiriamo la baita per guardare cosa c’è dall’altra parte del monte. Banalmente, un panorama stupendo. Spazi enormi e incontaminati, sullo sfondo altre montagne, più alte e più aguzze, bianche.

The Pic

Uscito il sole, esce anche un sacco di gente, da ogni dove. È tempo di foto. Rubo l’idea a due norvegesi che si immortalano saltando da una roccia. Chiedo uno scatto a una di loro, salgo e salto. Con tempismo scandinavo vengo inchiodato per sempre all’apice della mia parabola. È così che ho la fortuna di conservare non solo una gran foto, ma anche l’immagine del mio più alto istante indiano. A tutt’oggi, che ho lasciato McLeod Ganj per Manali, non sono ancora salito più su. Ma è solo una mera questione di tempo.

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