L’improbabile fine di Christian Riganò

2012/02/29 § Lascia un commento

Riganò gioca ancora. Riganò segna ancora, come sempre. Riganò risolve i derby, come sempre. Riganò ha a che fare con Natalie Imbruglia. Riganò è molto grasso, per essere un calciatore. Infatti a Riganò va stretta la sua nuova maglia rossoblu, ma non in senso metaforico.
Insomma: Riganò è finito al Montevarchi!

Logico, quindi, che se ne parli sul ValdarnoPost.

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Bello da fare schifo

2012/02/17 § 23 commenti

Tornare1 in Italia è più facile di quanto si pensi. Si prende un aereo e si atterra, con un tollerabile ritardo di venti minuti e un applauso in sottofondo. L’impatto non è traumatico. Il timore di non ritrovare ciò che si era lasciato è, tutto sommato, inutile: non importa quanto si è stati via, l’Italia nel frattempo è certamente cambiata meno di noi. Sarà lei a riadattarsi a quel che abbiamo di diverso. E lo farà, come al solito: con un tollerabile ritardo di vent’anni e un applauso in sottofondo.

Rispetto a un po’ di tempo fa ho rinnovato idee e progetti. Sono di nuovo a Roma (eddaje!), e adesso passo le serate a guardare la tangenziale dalla finestra, a riflettere su cosa c’è di nuovo e a chiedermi quanto servirà ai miei compatrioti per arrivare a tutte le conclusioni inoppugnabilmente esatte alle quali sono giunto.

Di nuovo c’è che piovono scontrini, col rapporto scontrino per pagamento che adesso si attesta nei pressi di un vertiginoso 0,97, e qualche premuroso negoziante, addirittura, ad assicurarsi che l’irrimpiazzabile fogliettino sia effettivamente nelle tasche del cliente in uscita.

C’è che fumare ha smesso di essere cool e ora è un po’ da sfigati, per citare un viceministro nizzardo, o quel poveraccio di Stracquadanio.

C’è che la logorante evoluzione delle suonerie telefoniche sembra essere arrivata a un punto in cui le specie dominanti non sono più di quattro (e una di quelle quattro è la mia), col risultato che, in un treno affollato, circa un quarto dei passeggeri è costantemente convinto che qualcuno lo stia chiamando.

Le inoppugnabili conclusioni sono invece cariche di retorica, per una volta appropriata e giusta, e ne sono perfettamente consapevole.

Non sono mai stato patriottico. Più in generale: non capisco che senso abbia il magnificare o difendere a prescindere ciò che ci ritroviamo ad avere per caso, come la forma delle orecchie, o la patria. Quindi vi dovete fidare quando vi dico che siamo davvero fortunati a essere italiani.

Siamo davvero fortunati a essere italiani. Vi siete fidati? Non lo so, magari per voi non è una novità. Per me sì, non lo sapevo. Io me ne andai, ben più di due anni fa, che disprezzavo appassionatamente tutto ciò che c’è di disprezzabile al di sotto delle Alpi. Facevo bene, sia chiaro. Il disprezzo è un sentimento utile e le occasioni per tenerlo in allenamento innumerevoli. Però mi sono lentamente reso conto che avevo praticamente smesso di apprezzare. Il mio modo di vedere, di giudicare le cose era sbilanciato.

Ora penso che l’Italia vada salvata. Non solo dalla crisi, ma da se stessa (è un’alcolizzata), dai nostri difetti. Non perché ci conviene, ma perché lasciarla affondare è un torto fatto all’umanità. L’Italia è così provinciale da non comprendere quanto sia significativa, addirittura simbolica, per il resto del mondo. Chi glielo spiega a un olandese che l’Italia è perduta per sempre? Dice: cazzo gliene frega all’olandese? Molto gliene frega, molto. Per chi ne è fuori, sapere che l’Italia esiste, è conoscibile, visitabile, dà un po’ più senso a tutto. L’Italia deve esistere.

E l’Italia esiste, infatti. Non solo come penisola, ma anche come insieme di persone. Cari veneti e siciliani, avete tanto in comune, senza offesa. Cercate di incontrarvi in un supermercato di Amburgo, in un bar di Granada, in un ufficio postale di Helsinki, in un discopub di Belfast, e forse ve ne accorgerete. Siete diversi, magari non vi piacete: rassegnatevi, siete comunque italiani. Get over it.

L’Italia ha anche un serio problema d’immagine: parlarne male è un merito, un evergreen nelle discussioni in fila alle poste, un infallibile rompighiaccio da aperitivo. Forse è il caso di farla passare di moda questa storia. Forse è pure il caso di ammettere che poche cose sono italiane come il non sentirsi italiani.

Ma più che altro, l’Italia è un Paese bello da fare schifo. Che fa schifo proprio perché questa bellezza rende sopportabile, sormontabile, dimenticabile quasi tutto il resto. In Italia la vita è bella. Difficile, frustrante, scoraggiante, ma (quasi) sempre e comunque bella.

Per questo all’Italia bisogna voler bene, dell’Italia bisogna aver cura.

Non sapevo quanto fosse importante, né quanto sarebbe sbagliato continuare a snobbarla e maltrattarla fino a trasformarla in un ricordo.

Io per capirlo sono dovuto stare via per un bel po’. E se sono tornato è anche perché finalmente mi piace il mio Paese, ed è una splendida, inedita sensazione. Non mi piace perché è il mio, ma è il mio perché mi piace. Mi piace nonostante. Mi piace comunque. Mi piace anche se.

E se mi piace così com’è, mi vengono le vertigini all’idea di come potrebbe diventare se decidesse, decidessimo, che è arrivato il momento di diventare grandi, che finora s’è scherzato, che il meglio deve ancora venire.

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1 È periodo di ritorni, si diceva.

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