Una storia italiana

2011/08/07 § 5 commenti

Qui a L’Aia c’è questo centro culturale spagnolo che è praticamente un bar con un piano cottura. Ci sono stato l’anno scorso per una festa, poi altre due volte nei mesi scorsi, per mangiare un’ottima paella in compagnia. Il luogo è difficile da trovare e abbastanza vitale: ci sono un po’ di aficionados sopra ai 50 che stanno a bere al bancone, o giocano a carte, fumano, dicono “joder!” in continuazione. Poi c’è una discreta comunità più giovane, attorno ai 30 anni, che lì organizza feste, serate con tapas o paellate. I prezzi sono bassi, le luci un po’ troppo alte, la qualità eccellente, la musica pop assortita. L’organizzatore è quasi sempre N., un castigliano che lavora all’Ufficio Europeo dei Brevetti e che, il giorno in cui inventerò un’affettatrice autopulente, potrebbe rivelarsi molto utile.

Durante l’ultima paellata decido di lasciare momentaneamente il centro spagnolo ed esplorare il resto dell’edificio. Dalla fine di un buio corridoio arriva una luce, verso la quale mi dirigo, impavido. C’è un’insegna: “Centro culturale italiano”. Gasp.

Entro e trovo uno stanzone con un bancone e alcuni tavolini, semideserto e malinconico, del quale però si intuisce un passato: pareti tappezzate di foto, una bacheca piena di trofei (vinti a calcetto, scoprirò poi), un poster della nazionale ’82. Una via di mezzo tra un bar e un circolo ARCI. Torno alla festa un momento per coinvolgere il veronese G. in quella faccenda, lo porto lì e cerchiamo interazione con qualcuno. C’è Pietro, sui 60, baffuto, lucano, “gestore e barman”, che ci accoglie con malcelato entusiasmo.

“Che fate?”
“Siamo là dagli spagnoli per cena, con un altro po’ di gente.”
“Ma come dagli spagnoli? Perché mai? Quelli sono 40 anni che fanno la solita paella!”
Pare risentito, Pietro. Neanche ci conosciamo e lo abbiamo già tradito. Ma ci vuole conquistare, è evidente. Lo affianca un compare adesso, forse si chiama Franco.
“Quelli manco c’hanno la cucina! Venite qua, guardate.”
Ci guida in un tour della cucina. Ci sono un frigo, un congelatore, una dispensa, stoviglie. Insomma: una cucina. Che in quel momento non sembra neppure traboccare di viveri, ma è comunque motivo di vanto. D’altronde gli spagnoli hanno solo il piano cottura.
“Ora non abbiamo un granché, ma non fateci caso. Se venite a cena, ce lo fate sapere un po’ prima e prepariamo.”
“Perché qua che fate?”
“Tutto facciamo! Voi dovete solo chiedere!”
Poi, ammiccando: “Sappiamo noi dove trovare la roba…”

Tornando dagli altri, io e G. non sappiamo bene se sentirici felici o sospettosi. I due uomini ci hanno promesso qualunque cosa, ma con una punta di disperazione. In effetti, il posto è davvero bruttino, un po’ desolato. Più che altro, manca la generazione di trentenni che vivacizza il centro spagnolo, e noi siamo stati adocchiati come potenziale ricambio. Raccontiamo dell’incontro al resto, ci facciamo due risate, proponiamo di provarlo, magari, un giorno. Ma non garantiamo niente.
Forte del costante successo delle sue paellate, N. annusa una possibile debacle italiana e comincia a stuzzicare e insistere per andarci presto, ché così ci togliamo il pensiero e torniamo di corsa dai suoi compatrioti col piano cottura.

Potrebbe avere ragione lui. Magari gli hanno rivelato qualcosa i gestori del centro spagnolo. Io e G. siamo preoccupati. Perché come dicono nella versione cinematografica di una serie che sto citando compulsivamente: “In Italia l’unica cosa seria è la ristorazione”. Non possiamo farci battere su quella. Non dagli spagnoli, non in questo momento storico.

Così per qualche mese rimandiamo, incerti sul da farsi, e per qualche mese N. continua a ironizzare sul centro italiano, sull’oscuro corridoio che lo precede, su quanto rischioso potrebbe essere cenare là.

Fino a che, ieri sera, ci siamo andati. Eravamo solo quattro, una sorta di team in missione esplorativa. Io e G. arriviamo un po’ prima. Ci sediamo, vorremmo un aperitivo. Ci pensa Pietro. Ci porge due bei cocktail rossi dalla ricetta improvvisata e secretata, per i quali ha dovuto dar fondo alle scorte di Campari. Poi arriva K., una newyorkese che lavora alla Corte Penale Internazionale e che, il giorno in cui sarò incriminato per genocidio, potrebbe rivelarsi molto utile. Per lei G. chiede il nostro stesso drink, io però ho notato che il Campari è finito e mi aspetto un Pietro mortificato. Invece mi offre una lezione di vita: “No, per lei ci vuole un cocktail da signora.” E vince: K. si sente speciale, il cocktail è rosa, con scorza di limone e due cubetti di ghiaccio, in un bicchiere più sofisticato dei nostri. Arriva anche S., la ragazza inglese di G., ed ecco subito un altro female drink.

Chianti Cecchi: 4.99€, highly unremarkable.

Per accompagnare la cena chiediamo un po’ di vino. Ci viene proposto un Chianti, e già ci aspettiamo tutti il tanto temuto quanto ordinario Chianti Cecchi, reperibile in ogni supermercato d’Olanda a 4.99€. “Vabbè”, pensiamo. Invece no. Invece è un Chianti diverso, che fa ben sperare.

L’antipasto è discreto, prosciutto e melone affiancati da qualche sottaceto. La lasagna straripante e irresistibile, accompagnata da una polpetta al sugo delle dimensioni di una pallina da tennis.

C’è anche una TV, sintonizzata su Rai1. Durante la cena sbirciamo e commentiamo il TG, la pubblicità e filmati di repertorio in bianco e nero con Sandra e Raimondo, e un interminabile speciale su Little Tony.

Alla fine siamo strapieni, io vado per caffé e grappa, G. e S. chiedono una sambuca, ed è spettacolo. Pietro porta la sambuca con la mosca, poi gira un interruttore e restiamo al buio, mentre sui bicchieri appaiono due fiammelle viola. “Flambé!”, esclama K. appena prima di mandare a N. il messaggio: “The Italian center just won.”

In quel momento capisco che Pietro porta i baffi solo per il gusto di riderci sotto.

Subito dopo se ne va, lasciando al potenziale Franco il compito di pulire e farci un conto imbattibile. Ci torneremo presto lì. Saremo in molti, ci saranno anche asiatici e africani, oltre a N., ovviamente. Io, per quel giorno, mi sarò fatto crescere i baffi.

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