Un passo alla volta

Ang, 30 giugno 2009, 18:06

Wimbledon

A Keylong avevo una solitudine magica. È un vilaggio che si arrampica sulla roccia, a più di tremila metri. Sotto c’é una valle, di fronte uno spettacolo: si può girare la testa da destra a sinistra, come guardando una partita di tennis a bordocampo, e si vedono solo montagne taglienti, imperiose, variegate. Sono eccezionalmente vicine, è impossibile vederle assieme; ci vuole così tanto ad ammirarle tutte che, quando dall’ultima ritorni alla prima, ti sorprendi di nuovo.

Il mio posto

Adesso però sono in un piccolo bus da una dozzina di posti, e mi sento finalmente rilassato. Lo aspettavo dale 6:30, l’ho intercettato verso le 8, da tutt’altra parte rispetto a dove avrebbe dovuto essere. Ma tant’é, in fondo non mi resta che sedere al mio posto e aspettare di essere a destinazione: Leh, capitale del Ladakh. Arrivo previsto per le 21. Io sonnecchio e penso ad altro: mai relax fu meno opportuno.

La cattiva strada

Immaginate una brutta strada. Ora scrostate via l’asfalto e piastrellatela qua e là con ghiaia e pietroni; lasciate che innumerevoli torrenti la attraversino come se niente fosse. Riducetela a poco più di una corsia, poi adagiatela sull’Himalaya e lasciatela congelare per nove mesi all’anno; scongelatela a giugno. Popolatela di auto, bus turistici, camion arancioni dal carico altamente infiammabile e centauri con tendenze suicide. Fatto? Molto bene, ora immaginatevela per più di 400 chilometri e avrete la famigerata Manali-Leh, un girone dantesco dell’era contemporanea.

Dormire qui

Sul minibus, escluse due svizzere e un indiano, sono tutti ladakhi che ritornano a casa. Sono partiti a notte fonda da Manali, compresi l’autista e i suoi occhi spiritati. Io, sagace, mi son fatto trovare a Keylong, nel tentativo di frazionare l’odissea. Ma un’odissea è indivisibile.
Accumuliamo un paio d’ore di ritardo al primo passo, circa 5000 metri, dove c’è un po’ di coda. Per un buon tratto la strada è costeggiata da imponenti mura di neve. Poi si scende che è quasi un piacere, si mangia un boccone e si prosegue attraverso un paesaggio fantastico, impreziosito dalla luce del tramonto.
Mentre il sole scende, ricominciamo a salire. Il secondo passo è a 5300 metri e ci arriviamo che è buio. Per qualche diabolica ragione, un camion infiammabile ha appena sbagliato una manovra ed è fermo, di traverso, bloccando la strada. Non si muove. Scende l’autista, si informa, rientra e spara una sentenza inconcepibile: “Molta sfortuna” ammette, “dobbiamo dormire qui”. Per quanto mi riguarda, qui è il sempre più scomodo sedile di un piccolo bus senza riscaldamento, posteggiato praticamente 500 metri sopra il Monte Bianco.

‘a nuttata

La brutta notizia è ovviamente accolta con freddezza. Le due svizzere hanno un volto terreo e soffrono i mali dell’altitudine. Anch’io ho un buon mal di testa e un affanno costante, e sono inoltre a corto d’acqua. Il mio unico pensiero è: “Coraggio, alle cinque fa giorno”.
Esco di scatto, salgo sul tettino, acchiappo il mio zaino e mi rifiondo nel bus: minchia che freddo. Mi metto quasi tutti i vestiti ed entro nel sacco a pelo; sembro Babbo Natale a una corsa coi sacchi. Poi mi accorgo che il mio insetticida è probabilmente esploso e successivamente ghiacciato in una tasca esterna. Potrebbe essere tossico e non è bene tenerlo lì accanto; quando mi ricordo che si chiama ‘Bio Kill’ mi passano gli ultimi dubbi e riporto lo zaino sul tettino, ormai in trance agonistica. Lì ho un’illuminazione: è la mia ultima occasione per pisciare. È in quei pochi secondi che, per la prima volta in vita mia, vedo le stelle. Io credevo di averle già viste, non di rado mi son trovato in qualche angolo nascosto, lontano dalle luci cittadine. Ma mi sbagliavo. Sono troppe, è come se tutti i cieli stellati della mia vita fossero lì, addensati in uno stesso cielo. E, come sempre accade, anche quelle stelle sembrano assieme vicine e lontanissime, ma la sensazione di vertigine è molto più forte del solito. Pochi secondi, poi torno alla mia sgradevole realtà e mi concentro per far passare in fretta quella notte fatata.

Comin’ in from the cold

Tento di dormire. La prima volta che guardo l’orologio mi prende lo sconforto, sono le undici e mezza. Lì dentro nessuno parla, tutti hanno lo stesso problema e nessuno la soluzione. Io arrivo alle cinque intervallando mezz’ore di dormiveglia a mezz’ore di provvidenziale massaggio ai piedi. Appena il sole si decide a scaldarci un po’, esco e vado a dare un’occhiata alla situazione. Il camion è sempre nel mezzo, e da lì partono due lunghe file di veicoli che aspettano solo un varco per passare. Torno al bus, avrò fatto cento metri di cammino, forse meno, ma ho il fiatone: cinquemilatrecento metri, non c’ero mai stato.
Verso le nove sono tutti attivi, tranne l’autista, che dorme arrotolato sul volante. Poco dopo, la svolta: sono riusciti a spostare il camion e adesso si può passare. I ladakhi svegliano l’autista, il quale, indolente, mette in moto. O meglio, prova a mettere in moto, inutilmente. Il motore non parte, la notte gelata ha fatto male sopratutto a lui. Così, mentre ogni tipo di vettura ci passa allegramente accanto, il nostro bus resta lì a sbiadire, alcuni di noi frugano nel cofano e altri cercano degli spigoli dove sbattere la testa.
Finisce in caciara, con tutto l’equipaggio che s’adopra per far partire il bus a spinta: una decina di tentativi, lungo almeno un chilometro di fiato grossissimo e speranze frustrate. A mezzogiorno getto la spugna.

Getaway

Mi consulto con le svizzere: sono malridotte e confuse, hanno diciannove anni e sono in India da appena una settimana. Decido di salvarle e le coinvolgo nella mia exit strategy. Annuncio alla combriccola che i tre europei sono sul punto di chiedere un passaggio, poi fermo un camion non infiammabile e spiego che siamo in tre e andiamo a Leh. Un attimo dopo sono a bordo. Siamo in sei, lì dentro, e nessuno sta comodo, ma il casino del motore è come una bella canzone.
Ho mal di schiena e non riesco a distendere le gambe perché davanti ho il cambio e, sotto di esso, una pentola a pressione piena di riso.
La realtà sa essere più stucchevole della fantasia. Dopo qualche chilometro si inceppa il motore del camion. Non ho più nessun tipo di reazione, aspetto e spero che i camionisti lo sappiano rimettere in sesto. Per fortuna ripartiamo, in qualche modo. Il motore è ancora vivo, ma dà poca potenza e geme sofferente. L’idea dei camionisti è elementare: spegnere tutto, tanto è solo discesa. È così che arriviamo a Leh, ore dopo, sfilando silenziosi tra delle montagne sorprendentemente viola. È così che, dopo 300 chilometri e 35 ore circa, si conclude il viaggio più lungo della mia vita.

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