La lista di liste del 2011

2011/12/31 § 1 Commento

Pare che mai come a fine anno sia opportuno compilare delle liste. Riepiloghi, classifiche, selezioni, antologie: roba che a me piace un sacco. Così ho fatto la mia lista di dieci liste dell’anno (col terribile sospetto che, se ci fossero più liste di liste, un giorno qualcuno potrebbe fare una lista di liste di liste):

1) Il meglio di graffiti e street art in 50 opere

2) Le 7 parole dell’anno di Charlie Brooker

3) Tutti quelli ci hanno lasciato (ma mancano Mirko Tremaglia e Don Verzè)

4) 9 grandi canzoni (più un mix) che, secondo Gawker, non abbiamo sentito

5) I 12 loghi più brutti

6) I 10 migliori slideshow di Slate (ma quelli a pagina 2 sono altrettanto belli)

7) 8 incredibili tecnologie emergenti, a detta di Mashable

8) I migliori 18 TED Talks scelti dall’Huffington Post

9) I 17 film più attesi (del 2012, però)

10) Le 10 foto di Internazionale

BONUS: E 12 vigne di Makkox, una per mese, scelte da me (ché senza di lui, questo 2011 sarebbe stato un po’ più lungo):
Gen | Feb | Mar | Apr | Mag | Giu | Lug | Ago | Set | Ott | Nov | Dic

La versione del Lattante

2011/12/30 § 2 commenti

Mi viene incontro e ha il volto tirato, gli occhi stanchi e il pannolino vecchio di almeno due giorni. Ci salutiamo e subito mi fa cenno che è pronto per l’intervista.

Signor Lattante, vengo subito al punto: perché ha chiesto di incontrarmi?

Perché ho bisogno di far sapere che così io non riesco ad andare avanti. Proprio non ce la faccio.

Sta dicendo che questo potrebbe essere il suo ultimo Capodanno? Che sta pensando di lasciare il mercante in fiera?

Non saprei dirlo. Continuare sembra un inferno, eppure non vedo come potrei mollare: il mercante in fiera è la mia vita. Vede, il mio è un malessere che non riesco a razionalizzare, a tradurre in decisioni. Ho solo bisogno di esternarlo, ecco. Di parlarne col mio pubblico. Così credo.

Ci dica, allora.

Beh, la questione è nota. È questa storia del Lattante che non vince mai a essere diventata insostenibile. All’inizio ci scherzavo su, pensando fosse un fenomeno passeggero. Ma ormai sono decenni che va avanti, si è cristallizzata, è diventata costume, tradizione. E questo non riesco ad accettarlo.

Cos’è che non sopporta, precisamente?

Le risate, prima di tutto. A quelle dei colleghi mi sono quasi abituato, anche se il Bersagliere, con quel suo squallido umorismo da caserma, riesce ancora a farmi andare in bestia. Invece alle vostre risate, al vostro scherno, purtroppo non riesco a far fronte. Mi scioglie. Mi annichilisce. Ogni volta che il banditore mi scopre, mi espone al tavolo, è come morire. Tutti giù a sghignazzare, con le solite penose battute, insensibili e ubriachi del vostro stucchevole limoncello fatto in casa.

Non sia così severo però: è pur sempre un gioco, un momento di svago.

Certamente, è quello che mi ripeto sempre. Eppure non sa quant’è difficile. Le ricordo che a ridere è un intero Paese, e mai nessuno che mi difenda, o spenda una buona parola per me. Anzi, guardi: la voglio ringraziare per questa chiacchierata.

Si figuri. E continui, la prego.

Sì, dicevo: l’altra cosa che davvero non sopporto è l’insensatezza di tutta la faccenda. L’assenza di presupposti logici a questo mio martirio.

Sia più chiaro.

Vede, io ho le stesse esatte possibilità di vincere di tutte le altre carte. Sembra l’uovo di Colombo, ma è così. E le darò uno scoop: vinco quanto le altre carte. Solo che, quando succede, ecco chi grida al miracolo, all’eccezione. “Ah, ha vinto il Lattante!”
La mia vittoria, il mio vincitore, vengono screditati. “Che culo! Giusto tu potevi vincere col Lattante!”
Mai una gioia, MAI. Come si sentirebbe, lei?

Non saprei. Certo è che con 40 carte, nessuno vince spesso. Questo mi sembra ovvio.

Vedo che ci arriva, anche se forse mi sta solo assecondando. In teoria, capirmi non è difficile. Ma manca la volontà. La realtà è che gli italiani, anche i più ragionevoli, sono superstiziosi e felici di esserlo, e che l’Italia è fondamentalmente una società sacromagica. Tra Natale e Capodanno, poi, c’è il festival del rito scaramantico: vischio, mutanda rossa, non incrociare i brindisi. Quante insopprimibili stronzate. E mica se ne accorgono, sa?

Eh.

Comunque c’è di più, e le faccio un esempio: dal ’93 al ’99 il Castello ha fatto sei anni senza neppure un primo premio. Sei anni. Eppure nessuno l’ha notato, NESSUNO. E nell’ambiente non c’è interesse a farlo notare, anzi: il Castello è ben protetto. Sta nella corrente degli edifici, con le Piramidi e la Pagoda: corrente piccola, sì, ma molto influente. Io, invece, sono sempre stato un cane sciolto.

Si accende una sigaretta. E legge nella mia sorpresa una domanda.

Lo so, fa malissimo. Poi a me, che ho i polmoni così giovani! Smetto ogni anno, a volte a giugno, a volte già a marzo. Poi arriva novembre, con le lucine, il vin brulé, quell’orribile abete nano che voialtri avete eletto ad albero di Natale, e puntualmente, sistematicamente, crollo. Mi assale la tensione, non riesco a gestirla. Mi mangio anche le unghie, sa? Pure quelle dei piedi. Sono piccolo e molto flessibile.

Non mi pare il caso di fare domande, lascio che si sfoghi. Mi guardo intorno, la stanza è in disordine. Ci sono alcuni biberon a terra. Sul muro vedo la copertina di Nevermind, e tre foto di Brad Pitt nei panni di Benjamin Button.

Le dirò io una cosa: io sono il Gesù Cristo dei nostri giorni. Erode, la mangiatoia, il bue e l’asinello: la gente non ha imparato niente, sembra come instupidita, e nello stesso periodo in cui celebra un lattante costretto a nascere in una grotta per sfuggire alla persecuzione, ne perseguita un altro.

Ecco, non le sembra di esagerare adesso?

Punti di vista. A me pare che sia tutto il resto a essere esagerato. Ma forse ha ragione. Chissà. Io certo non vi chiedo di venerarmi. Magari è lì che sbaglio, non so.

Beh…

Guardi, facciamo così: le do una spiegazione meno oltraggiosa. Sono vittima di un’altra delle principali criticità di questo gerontocomio che è l’Italia. Qua se non hai l’artrite e la barba bianca non sei nessuno. Noi giovanissimi non abbiamo speranze, sbocchi, futuro. Ci tengono in basso, poi se qualcuno riesce ad emergere, al primo errore lo additano, lo massacrano.

Però, per esempio, a me l’Artista sembra giovane.

Sì, certo, ma l’ha data al Moschettiere. Son bravi tutti così. Sapesse almeno dipingere, quella sgualdrina. Invece sa solo “stare al mondo”, così dice. E pure l’Ancella… Sa quanti anni ha l’Ancella?

No.

Quindici. Pensi un po’. E non le dico che cosa ha fatto la Foca col Canguro.

Non me lo dica, ma la vedo lanciata: ci sono altri colleghi che vuole sputtanare?

Fungo e carote. Li odio, sono insipidi e raccomandati. Mi dice che cazzo di abbinamento è fungo e carote? Me lo sa dire? EH?

La prego, Lattante, cerchi di non alterarsi però. Mi fa un po’ impressione.

Mi scusi, ora mi calmo. Le offro qualcosa? Un bicchiere di latte? Un prozac?

No, grazie. Sono a posto così. Piuttosto, mi dica: cosa ne fa di tutto questo rancore?

Lo covo. Aspetto una rivincita che non arriverà mai e che non interessa a nessuno. Piango in silenzio, mentre tutti attorno mi deridono. A volte penso che sia uno stile di vita molto romantico. Altre volte penso alla pistola che tengo nel doppio fondo della culla. La vuole vedere? Quando c’è il sole, luccica.

In realtà dovrei andare. Senta, credo di aver compreso la sua situazione. Vuole concludere con un appello?

Con una minaccia sarebbe possibile?

Una minaccia?

Mi citi un appello che è andato a buon fine.

Ora, così, su due piedi…

Come pensavo. Credo che una minaccia sia più efficace di un appello. Posso andare?

Se proprio deve.

O, voi, là fuori…

Ma scusi, la minaccia col vocativo?

Perché, si intende di minacce?

No, non molto.

Appunto. Lasci fare a me.

Ok.

O, voi, là fuori, immersi nel calore delle vostre famiglie, sappiate che la gioia, a questo mondo, non è egualmente ripartita. Che la sofferenza che causate senza avvedervene non per questo è meno amara. E che ogni vostra risata è uno spillone infilzato nel cuore di un bimbo innocente. Amatemi, rispettatemi, cullatemi. Allattatemi di dolcezza! O pregherò affinché l’anno nuovo sia per voi l’ultimo.

Detto questo, ammutolisce. Si accende un’altra sigaretta e mi fa cenno di andarmene. Appena fuori, sono già convinto che quella chiacchierata sia troppo surreale per essere avvenuta.

Sì, dài, giocate pure tranquilli, non l’ho mai incontrato. Ne sono quasi sicuro.

Spread the Love (don’t love the Spread)

2011/12/24 § Lascia un commento

A Natale siamo tutti più buoni e amorevoli, perciò mi è sembrato il caso di trovare 10 ragioni per amare questa stagione calcistica, sul ValdarnoPost.

La storia di Talia

2011/12/13 § 7 commenti

Abbiamo tutti una piccola biografia fatta di pub, ristoranti, bar, caffè, trattorie. Molti di questi posti ce li siamo quasi dimenticati: non ci hanno detto o dato nulla, o li abbiamo incrociati con la testa da qualche altra parte. Ce ne sono alcuni che ricordiamo per evitarli, perché magari sono stati scortesi, ci hanno riempito poco la pancia o svuotato troppo le tasche. Su altri sappiamo di poter contare: formano una costellazione di luoghi che ci piacciono, nei quali torneremo e che siamo ben contenti di consigliare.

Invece altri ancora li teniamo solo per noi, per proteggerli, perché sono luoghi inspiegabilmente incontaminati, quasi perfetti, ma destinati a essere scoperti, piano piano, e spesso a cambiare volto e anima e prezzario nel giro di qualche anno; già l’altra sera, a ripensarci, erano insolitamente pieni e vagamente mainstream, non come quella prima volta in cui entrammo quasi per caso, e c’era poca gente e un’atmosfera, una luce, un profumo, una canzone che sembravano essere stati scelti per noi, o da noi. E allora li proteggiamo, senza parlarne a nessuno, o a quasi nessuno, perché vogliamo che restino così come sono, almeno fino alla prossima volta in cui vorremo essere là proprio per quell’anniversario, per quella serata, per quella confessione.

Ma c’è un luogo che è fuori categoria. Rientrerebbe nell’ultima, se non fosse per la sua essenza autonoma e incorruttibile, che non vuole risentire della popolarità, né delle bizze del mercato; un luogo in cui l’offerta se ne sbatte della domanda, e la domanda ci resta sotto e ritorna e cresce, perché un’offerta così non l’aveva mai trovata; un luogo che, se è vuoto, pare una succursale del tuo soggiorno e, se è pieno, diventa una festa a casa di amici dove tutti s’imbriacano di caffè e pizza al taglio. E se strabocca, se c’è più gente di quanta possa fisicamente entrare in quello spazio, allora l’essenza si propaga nella placida strada antistante e la conquista finché sarà necessario, e chi è fuori è comunque dentro, mentre i passanti hanno come l’impressione di prendere parte a un qualcosa di insolito e allettante, che li sta invitando a restare, fosse anche solo per un minuto.

Questo luogo si chiama Taliagastronomia culturale interattiva. Che, è evidente, non vuol dire assolutamente nulla: è una definizione che esiste perché per esistere, a Talia come a quasi tutte le creazioni umane, serve una definizione; ma che viene riempita di significato giorno per giorno, a seconda di quello che c’è in forno o in programma.

Talia è ad Amsterdam, Prinsenstraat 12, ha un anno e mezzo e vende le scuse più buone del mondo.

Il mio amico D. conobbe Nicola a una festa di quell’invenzione mirabolante che è CouchSurfing. Poi ci ritrovammo tutti e tre, più qualcun altro, in una freddissima sera d’inizio 2010 al Gollem (che rientra nella categoria di luoghi da consigliare). Nicola aveva ancora i capelli lunghi da rocker superato e un progetto in pentola: aprire Talia. Me ne parlava con apprensione, un po’ perché ci teneva tanto, un po’ perché la situazione era parecchio incerta.

La notte di qualche mese prima, Nicola si era ritrovato con Michele a contare il budget complessivo rimasto a loro disposizione dopo un lungo periodo speso a barcamenarsi per cercare di far qualcosa di più che sopravvivere: era di otto euro. Lì nacque l’idea. O meglio, lì nacque la necessità di farsi venire un’idea e di provare veramente a realizzarla. Così Michele e Nicola concepirono Talia che, a voler essere precisi, a voler andare dritti al nocciolo, è uno spazio a disposizione di chi vorrebbe migliorare il mondo.1 E che, solo al fine di pagarsi la possibilità di esserci, vende pizza al taglio, focacce e altri prodotti italiani di gran qualità, bontà, sostenibilità e, considerata la zona, irreperibilità.

I ragazzi avevano un prestito da trovare e un locale da affittare. Quando incontrai per la prima volta Nicola, i due erano riusciti a mettere le basi per ottenere entrambe le cose, assicurando alla banca* che avevano già il posto e ai locatori che avevano già i soldi. Per questo quel vecchio rocker di Nicola era in apprensione: era nel mezzo di un doppio bluff spudorato. Ma, come avrete già capito, alla fine è andata bene. Avevano otto euro e oggi hanno un locale in centro ad Amsterdam: è possibile, ve lo giuro. Io c’ero. Al tempo ci vivevo ad Amsterdam e ogni tanto passavo a trovarli mentre costruivano Talia, per monitorare i progressi, l’umore, la soundtrack delle operazioni, e si capiva che stava nascendo qualcosa di speciale.2

Fin dall’inaugurazione fu chiaro a tutti che Talia non era solo di Nicola e Michele, ma di chiunque ci mettesse piede. Da quasi subito, con quella scusa delle pizze, iniziarono a susseguirsi nei mesi concerti, jam session, corsi di lingua, di cucina, di chitarra, seminari, feste, giochi e chissà quali altre attività che adesso non ricordo. L’agenda era fittissima, ma i ragazzi sapevano anche che, come in molti altri luoghi, ad Amsterdam un negozio appena nato è come un uomo troppo vecchio: ha il problema di passare l’inverno. È quindi solo dalla primavera di quest’anno che Talia c’è con la certezza di restare, e adesso si sta ulteriormente evolvendo.

Michele è a destra con la bandana, Nicola è a sinistra e sta per scoperchiare il tiramisù gigante con cui si è festeggiato, in mezzo alla strada, il "Talia 1", il primo compleanno di Talia.

I due hanno innumerevoli progetti e sono sempre occupatissimi. Ho scritto a Nicola un paio di settimane fa per chiedergli alcune cose per questo post, ma lui per ora ha trovato solo il tempo di rispondermi che è “superincasinato” e che approfondirà nel giro di un paio di giorni: un obiettivo che si è rivelato totalmente al di fuori della sua portata.3 E quindi, per esempio, non so dirvi bene com’è andata ‘sta storia di Talia ai TEDxAmsterdam. [Saltate al minuto 4.32, se non vi va di sentirvi il discorso]

Poi ho pensato che magari non conosco i dettagli, ma in realtà lo so com’è andata. Cioè, come volete che sia andata? Si sono incontrate due cose belle. Già me la immagino quell’email “entusiasta” scritta dal loro netbook infarinato. E mi immagino anche Irene che entra, si guarda in giro, legge la frase, beve il caffè e non capisce, non si capacita del fatto che non ci sia nessun motivo perché debba costare più di un euro.

Non mi immagino invece che cos’altro succederà a Talia nei prossimi mesi o anni. Qualunque cosa, probabilmente. Ma in ogni caso, credo e spero che la sua essenza non cambierà, ed è anche per questo che ne scrivo tranquillamente. Quindi andateci pure, andateci a gruppi, a frotte, a squadroni: è un posto eccezionale che ha una bella storia da raccontare. Ed è una storia che un po’ ci riguarda, perché si parla spesso di quanto sia importante tenere alto il nome dell’Italia all’estero, come se ormai fosse un buon risultato già il riuscire a conservare un passato e una reputazione. Ma Talia sta facendo meglio: lo sta innalzando quel nostro nome, gli dà nuove sfumature, lo aggiorna e rinnova. Mi inorgoglisco un po’ anch’io a pensarci, e sarebbe una sensazione completamente positiva se non fosse per un retrogusto strano. Insomma, sono stati giustamente versati fiumi d’inchiostro sulle conseguenze negative per il Paese del brain drain, dell’espatrio dei più preparati, brillanti, competenti; ma il fatto è che storie come quella di Michele e Nicola, che sono andati fino in Olanda per fare un minuscolo capolavoro italiano, mi lasciano con l’impressione che non si stia prendendo sufficientemente in considerazione quanto l’Italia stia soffrendo, assieme alla fuga dei cervelli, anche quella degli entusiasmi, dei buoni propositi, del coraggio, della fantasia.

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1 Ancora non ho mai incontrato nessuno che non vorrebbe migliorare il mondo almeno un po’.
2 Ora che ci rifletto, ogni tanto mi davano anche da faticare. Quando ci andate, per esempio, guardate il bancone del caffé sulla destra dopo le scale e aiutatemi a maledire il giorno in cui son passato di lì e c’era da portarlo su.
3 Me l’ha detto ormai sei giorni fa! Se poi mi racconterà qualcosa di notevole, integro in un secondo momento.

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Edit: tra un catering e l’altro, mi ha detto Nicola che ci sono degli errori. Il primo è tipico delle storie che si tramandano di bocca in bocca finché tutto diventa distorto, enfatizzato, ingigantito: il budget inizale non era di otto euro, e riflettendoci non poteva essere così piccolo (scemo io a credere a una cosa così assurda). Gli euro di partenza erano ben nove.

*Il secondo errore è anch’esso tipico, ma di una tipicità più contemporanea: ho tirato in mezzo le banche, come si suol fare di questi tempi. Invece le banche non c’entrano niente, anzi: “siamo orgogliosi di essere arrivati fin qui senza mai aver avuto alcun prestito da banche o simili”, mi scrive Nicola. “L’unico ente a cui lo chiedemmo fu un’associazione non profit di microcredito che, letto il nostro progetto, si entusiasmò (a tal punto da definirlo il progetto piu bello mai presentato loro) e ci assicurò un prestito di 5000 euro… che purtroppo non arrivò mai a causa del fallimento dell’associazione stessa qualche settimana prima di erogare la somma promessa. Quindi si puo ben dire che Talia è nata grazie a soli 9 euro e l’aiuto di amici e conoscenti che come te [n.d.a. groppo alla gola] hanno contribuito, chi portando su i mobili, chi portandoci della pasta calda mentre lavoravamo e pittavamo, chi prestandoci tutti i suoi risparmi (ricordo ad esempio un’amica che dall’Italia mi versò 1000€, che era tutto quello che aveva messo da parte in un anno di sacrifici e lavori per poter realizzare il suo progetto di diventare stilista di “moda critica”, oppure un altro amico argentino che fece lo stesso), chi ancora venendo a suonare per allietarci mentre stuccavamo i muri, and so on…”

Resta da chiarire che il leggendario doppio bluff c’è stato, ma con locatori e fornitori (di cibo e attrezzature). Che non ho ancora deciso se la storia dell’istituto di microcredito sia più triste o più losca. E che l’amica aspirante stilista di “moda critica” è un personaggio che si meriterebbe una statua fatta di pasta di pane, a mio modesto parere.

Wikibeggars

2011/12/05 § 14 commenti

In principio era il faccione di Jimmy Wales. Malinconico, ma anche sereno. Deciso, ma anche pacioccoso.

Poi è arrivato lui, il capellone dalle braccia conserte. Ci fissa dall’alto in basso, mentre la luce del mattino filtra tra i rami, con l’aria di chi ha dovuto interrompere la lezione di Tai Chi per farsi scattare quella foto.
Lui non mi è piaciuto.

Adesso c’è lei. La gattara dei Simpson. Davanti a una siepe.

Lei per fortuna si commenta da sola, perché io non ce la faccio.
Però, da quando l’ho vista, sto pensando incessantemente a chi mai potrà essere il prossimo.

Nell’attesa, sento il bisogno di esprimere tutta la mia solidarietà a Larry Sanger, co-fondatore di Wikipedia assieme a Jimmy Wales, che evidentemente non è stato ritenuto idoneo a chiederci dei soldi.

Quando vedrò Larry, avranno i miei dieci euro.

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Edit: non che questo post avesse intenzione di dare qualche tipo di informazione, peccarità!, però il buon Aubrey McFato mi fa notare nei commenti che Larry Sanger è stato “wikibannato a vita”, che dietro c’è una storia interessante e che nel mondo esistono (o sono esistite) mailing list sull’oggettivismo.

O Doutor

2011/12/04 § 2 commenti

“Interviewing Sócrates is a refreshing experience. In Brazil, footballers are usually shockingly underprivileged and uneducated. Yet Sócrates, while being atypical, is nevertheless distinctly and overwhelmingly Brazilian. His easygoing posture, his empathetic informality, his humor and the lilting music in his Portuguese are national traits, as well as an instinctive desire to expand strong convictions about football.
He just approaches the subject in a more intellectual way.”
Alex Bellos

 
“Il nome in se stesso non ha nessun effetto, ma è ovvio che dal momento in cui pensi: «Perché mio padre ha deciso di chiamarmi così?» capisci che tipo d’uomo egli fosse. Mio padre ha vissuto nella sua biblioteca. Così anch’io ho vissuto lì con lui. Ho letto una caterva di libri.”

Lo chiamavano il Dottore, era alto 1.94 e aveva il 40 di piede. Secondo Pelé era più preciso lui di tacco che la maggior parte dei calciatori di piatto.

“Innanzitutto sono impaziente, sempre in cerca di nuove esperienze: è parte del mio carattere. Inoltre, più le cose sono difficili, più riescono a stimolarmi. Ho giocato a calcio e studiato medicina allo stesso tempo. Dovevo essere più creativo di chiunque altro e, non avessi studiato medicina, sarei stato certamente un calciatore più limitato”.

Tratto da Futebol

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