La versione del Lattante

2011/12/30 § 2 commenti

Mi viene incontro e ha il volto tirato, gli occhi stanchi e il pannolino vecchio di almeno due giorni. Ci salutiamo e subito mi fa cenno che è pronto per l’intervista.

Signor Lattante, vengo subito al punto: perché ha chiesto di incontrarmi?

Perché ho bisogno di far sapere che così io non riesco ad andare avanti. Proprio non ce la faccio.

Sta dicendo che questo potrebbe essere il suo ultimo Capodanno? Che sta pensando di lasciare il mercante in fiera?

Non saprei dirlo. Continuare sembra un inferno, eppure non vedo come potrei mollare: il mercante in fiera è la mia vita. Vede, il mio è un malessere che non riesco a razionalizzare, a tradurre in decisioni. Ho solo bisogno di esternarlo, ecco. Di parlarne col mio pubblico. Così credo.

Ci dica, allora.

Beh, la questione è nota. È questa storia del Lattante che non vince mai a essere diventata insostenibile. All’inizio ci scherzavo su, pensando fosse un fenomeno passeggero. Ma ormai sono decenni che va avanti, si è cristallizzata, è diventata costume, tradizione. E questo non riesco ad accettarlo.

Cos’è che non sopporta, precisamente?

Le risate, prima di tutto. A quelle dei colleghi mi sono quasi abituato, anche se il Bersagliere, con quel suo squallido umorismo da caserma, riesce ancora a farmi andare in bestia. Invece alle vostre risate, al vostro scherno, purtroppo non riesco a far fronte. Mi scioglie. Mi annichilisce. Ogni volta che il banditore mi scopre, mi espone al tavolo, è come morire. Tutti giù a sghignazzare, con le solite penose battute, insensibili e ubriachi del vostro stucchevole limoncello fatto in casa.

Non sia così severo però: è pur sempre un gioco, un momento di svago.

Certamente, è quello che mi ripeto sempre. Eppure non sa quant’è difficile. Le ricordo che a ridere è un intero Paese, e mai nessuno che mi difenda, o spenda una buona parola per me. Anzi, guardi: la voglio ringraziare per questa chiacchierata.

Si figuri. E continui, la prego.

Sì, dicevo: l’altra cosa che davvero non sopporto è l’insensatezza di tutta la faccenda. L’assenza di presupposti logici a questo mio martirio.

Sia più chiaro.

Vede, io ho le stesse esatte possibilità di vincere di tutte le altre carte. Sembra l’uovo di Colombo, ma è così. E le darò uno scoop: vinco quanto le altre carte. Solo che, quando succede, ecco chi grida al miracolo, all’eccezione. “Ah, ha vinto il Lattante!”
La mia vittoria, il mio vincitore, vengono screditati. “Che culo! Giusto tu potevi vincere col Lattante!”
Mai una gioia, MAI. Come si sentirebbe, lei?

Non saprei. Certo è che con 40 carte, nessuno vince spesso. Questo mi sembra ovvio.

Vedo che ci arriva, anche se forse mi sta solo assecondando. In teoria, capirmi non è difficile. Ma manca la volontà. La realtà è che gli italiani, anche i più ragionevoli, sono superstiziosi e felici di esserlo, e che l’Italia è fondamentalmente una società sacromagica. Tra Natale e Capodanno, poi, c’è il festival del rito scaramantico: vischio, mutanda rossa, non incrociare i brindisi. Quante insopprimibili stronzate. E mica se ne accorgono, sa?

Eh.

Comunque c’è di più, e le faccio un esempio: dal ’93 al ’99 il Castello ha fatto sei anni senza neppure un primo premio. Sei anni. Eppure nessuno l’ha notato, NESSUNO. E nell’ambiente non c’è interesse a farlo notare, anzi: il Castello è ben protetto. Sta nella corrente degli edifici, con le Piramidi e la Pagoda: corrente piccola, sì, ma molto influente. Io, invece, sono sempre stato un cane sciolto.

Si accende una sigaretta. E legge nella mia sorpresa una domanda.

Lo so, fa malissimo. Poi a me, che ho i polmoni così giovani! Smetto ogni anno, a volte a giugno, a volte già a marzo. Poi arriva novembre, con le lucine, il vin brulé, quell’orribile abete nano che voialtri avete eletto ad albero di Natale, e puntualmente, sistematicamente, crollo. Mi assale la tensione, non riesco a gestirla. Mi mangio anche le unghie, sa? Pure quelle dei piedi. Sono piccolo e molto flessibile.

Non mi pare il caso di fare domande, lascio che si sfoghi. Mi guardo intorno, la stanza è in disordine. Ci sono alcuni biberon a terra. Sul muro vedo la copertina di Nevermind, e tre foto di Brad Pitt nei panni di Benjamin Button.

Le dirò io una cosa: io sono il Gesù Cristo dei nostri giorni. Erode, la mangiatoia, il bue e l’asinello: la gente non ha imparato niente, sembra come instupidita, e nello stesso periodo in cui celebra un lattante costretto a nascere in una grotta per sfuggire alla persecuzione, ne perseguita un altro.

Ecco, non le sembra di esagerare adesso?

Punti di vista. A me pare che sia tutto il resto a essere esagerato. Ma forse ha ragione. Chissà. Io certo non vi chiedo di venerarmi. Magari è lì che sbaglio, non so.

Beh…

Guardi, facciamo così: le do una spiegazione meno oltraggiosa. Sono vittima di un’altra delle principali criticità di questo gerontocomio che è l’Italia. Qua se non hai l’artrite e la barba bianca non sei nessuno. Noi giovanissimi non abbiamo speranze, sbocchi, futuro. Ci tengono in basso, poi se qualcuno riesce ad emergere, al primo errore lo additano, lo massacrano.

Però, per esempio, a me l’Artista sembra giovane.

Sì, certo, ma l’ha data al Moschettiere. Son bravi tutti così. Sapesse almeno dipingere, quella sgualdrina. Invece sa solo “stare al mondo”, così dice. E pure l’Ancella… Sa quanti anni ha l’Ancella?

No.

Quindici. Pensi un po’. E non le dico che cosa ha fatto la Foca col Canguro.

Non me lo dica, ma la vedo lanciata: ci sono altri colleghi che vuole sputtanare?

Fungo e carote. Li odio, sono insipidi e raccomandati. Mi dice che cazzo di abbinamento è fungo e carote? Me lo sa dire? EH?

La prego, Lattante, cerchi di non alterarsi però. Mi fa un po’ impressione.

Mi scusi, ora mi calmo. Le offro qualcosa? Un bicchiere di latte? Un prozac?

No, grazie. Sono a posto così. Piuttosto, mi dica: cosa ne fa di tutto questo rancore?

Lo covo. Aspetto una rivincita che non arriverà mai e che non interessa a nessuno. Piango in silenzio, mentre tutti attorno mi deridono. A volte penso che sia uno stile di vita molto romantico. Altre volte penso alla pistola che tengo nel doppio fondo della culla. La vuole vedere? Quando c’è il sole, luccica.

In realtà dovrei andare. Senta, credo di aver compreso la sua situazione. Vuole concludere con un appello?

Con una minaccia sarebbe possibile?

Una minaccia?

Mi citi un appello che è andato a buon fine.

Ora, così, su due piedi…

Come pensavo. Credo che una minaccia sia più efficace di un appello. Posso andare?

Se proprio deve.

O, voi, là fuori…

Ma scusi, la minaccia col vocativo?

Perché, si intende di minacce?

No, non molto.

Appunto. Lasci fare a me.

Ok.

O, voi, là fuori, immersi nel calore delle vostre famiglie, sappiate che la gioia, a questo mondo, non è egualmente ripartita. Che la sofferenza che causate senza avvedervene non per questo è meno amara. E che ogni vostra risata è uno spillone infilzato nel cuore di un bimbo innocente. Amatemi, rispettatemi, cullatemi. Allattatemi di dolcezza! O pregherò affinché l’anno nuovo sia per voi l’ultimo.

Detto questo, ammutolisce. Si accende un’altra sigaretta e mi fa cenno di andarmene. Appena fuori, sono già convinto che quella chiacchierata sia troppo surreale per essere avvenuta.

Sì, dài, giocate pure tranquilli, non l’ho mai incontrato. Ne sono quasi sicuro.

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§ 2 risposte a La versione del Lattante

  • Elena scrive:

    Domenica scorsa grande partita a mercante in fiera con i parenti tutti riuniti: il lattante ha beffato ben due volte, uscendo come ultima carta e quindi illudendo fino all’ultimo secondo il suo possessore e lasciandolo a mani vuote.
    Cos’ha da dire in sua discolpa?

    E ho pure scoperto che mia zia lo chiama “il capoccione”, prendendo spunto dall’immagine che ne dà Dal Negro.

    • Matteo scrive:

      L’ho sentito per messaggio perché era troppo giù per parlare. Mi ha scritto che stavolta gli ha detto proprio male. Credo che la parola chiave sia “stavolta”.

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