Alti e Bassi

Keylong, 14 giugno 2009, 14:16

Un gatto, un cane, un tulipano

Ormai sicuro dei miei mezzi, pianifico una spedizione di tre giorni. Partenza da Manali, prima tappa a Solang, piccolo centro di villeggiatura montana; il secondo giorno la meta è Beaskund; il terzo è per tornare a Manali.
Vado con Lisette, un’olandese con la quale, in assenza di futuro, ho un piacevole presente. Dopo due minuti netti di cammino ci si aggrega un cane, ben presto battezzato “Bobo” in un clamoroso vuoto di fantasia. Pare sia normale che i cani seguano i trekkers, alla ricerca di qualche boccone, alcune carezze e un po’ d’avventura.
Fino a Solang è una scampagnata tra uccellini, ruscelli e campi di grano. Durante l’ultimo chilometro fioccano negozietti che noleggiano equipaggiamento per la montagna: il pezzo principale è sempre un pelliccione bruno con cappuccio. Quando si reca alla neve, il capofamiglia indiano diviene estremamente tamarro: ne ho visti a decine, impellicciati e fumanti, tenere d’occhio consorte e prole da dietro gli occhiali a specchio, anche se è nuvolo e non nevica per nulla. Mi viene sempre in mente er Piotta ai tempi di Supercafone. Forse dovrei dire ai bei tempi. Forse.

Punjabi M.G.

Tranne noi, a Solang sono tutti indiani. Alla sera il villaggio si svuota, e quei pochi che restano sono sempre e solo indiani. Sto cenando con Lisette (invertendo curiosamente i ruoli tra uomo e cane, Bobo ci ha abbandonati nel pomeriggio) in un minuscolo locale, quando qualcuno mi batte sulla spalla. Mi giro, è un ragazzo piuttosto in carne che mi vuole chiedere se sono indiano. Non è la prima volta che mi succede, sembra proprio che io abbia le fattezze di un punjabi. Così gli spiego che, benché sia italiano, mi capita spesso d’essere scambiato per indiano e che la cosa mi diverte. Grasse risate per il mio nuovo pingue amico. Mi trova simpatico e mi presenta ai suoi tre compagni, seduti a un tavolo lì accanto. Iniziamo a parlare; per ragioni culturali loro parlano solo con me, relegando Lisette al ruolo di comparsa. È piuttosto imbarazzante e io cerco costantemente di coinvolgerla, ma senza troppo successo.
A fine serata abbiamo preso decisioni importanti: l’indomani i quattro indiani ci accompagneranno a Beaskund, poiché da soli non ce la faremmo mai, loro ci sono già stati e, soprattutto, hanno fatto un corso per scalatori.
Quella sera mi addormento con scetticismo.

Fab Four

Sveglia grintosa alle 5:30, appuntamento coi ragazzi alle 6:15. Arrivano puntuali e, apparentemente, del tutto impreparati a un qualsiasi tipo di trekking: indossano jeans e magliette, ai piedi hanno dei sandali che, quale unica concessione alla montagna, vantano una suola vagamente dentellata. Inoltre hanno una borsetta a tracolla. Una in quattro.
Io sono lì col mio bello zaino e sarei anche allibito, se facesse meno freddo. Spingo per iniziare il cammino, loro si portano subito in testa. Sono tre fratelli, più un amico comune. Il maggiore è quello grasso, soprannominato affettuosamente Motu: in hindi “motu” significa, appunto, “grasso”. Il secondogenito è lo Smilzo, l’unico in grado di parlare un buon inglese. Il più giovane è Hanouch – mi ricordo solo il suo nome -, mentre l’amico è sicuramente il Duro: è uomo dalle poche parole e dalle molte sigarette, fumate tutte con il piglio del leader. È il mio preferito.

The Indian Way

Lo spirito scalatore dei quattro si fa subito vivo. C’è una strada asfaltata da seguire fino a Dhundi, tappa intermedia, e il caso vuole che in quel momento passi proprio sopra le nostre teste, sovrastandoci di 30 o 40 metri. Il buon senso consiglia di tornare un po’ indietro per imboccarla da comuni esseri umani; lo spirito scalatore reputa quell’idea, come minimo, un po’ retrò. Lo Smilzo si getta in avanti e comincia a risalire la scarpata, seguito dagli altri. Dopo un lungo sguardo perplesso, anche io e Lisette abbandoniamo le nostre teorie occidentali, evidentemente superate, per buttarci tra le rocce.
È ben chiaro dove vada il mondo: mentre l’Occidente sceglie la lenta strada del comfort, la Tigre Asiatica si mangia la scarpata. Siamo spacciati.

Rum e Cola

Dopo un’oretta siamo a Dhundi, o meglio, all’antefatto di Dhundi. Non c’è niente, se non un intenso lavorio di ruspe e tir, in un bagno di fango. Chissà, la staranno costruendo, ‘sta Dhundi…
Tiriamo dritto, finalmente un sentiero, finalmente verde e fiori tutt’attorno. Ci segue un cane, immediatamente battezzato Bobo in memoria del precedente (che pena). La giornata non è granché, ci sono molte nuvole e un bel venticello pungente.
Superiamo un gregge di capre, poi lo Smilzo propone una sosta e ci sediamo in cerchio. Dalla borsetta a tracolla escono mezzo litro di rum, uno e mezzo di Coca-Cola e numerosi bicchieri. Sono appena le nove. È contro il freddo, mi dicono. “Perché non un maglione?” penso io, ma poi capisco che una boccia di rum costa molto meno di quattro maglioni, ed è anche più divertente. Versano sei bicchieri, ce ne porgono due, insistono e alla fine beviamo, con la nostra boria occidentale, ma beviamo. Dopo dieci minuti ho una fame maledetta.

Il richiamo dell’oceano

Procediamo a fisarmonica, abbiamo ritmi diversi. Lo Smilzo è la guida, il faro, e a grandi passi tiene tutti dietro. Io lo seguo a qualche metro, mentre Lisette si tiene più o meno a metà strada tra la coppia Hanouch-Duro, abbastanza lontana, e la testa del gruppo. Desolante ultima piazza per Motu, staccato da tutti. A ogni sosta ci ricompattiamo e poi ci allunghiamo di nuovo.
A un certo punto c’è da guadare un torrente. Il sentiero vi si inabissa e riprende dall’altra parte. L’acqua scorre tra le rocce a gran velocità, attraversarla non sembra troppo semplice. Ci sarebbero alcune pietre a formare un teorico cammino, ma è davvero molto teorico. I quattro indiani, coi loro dannati sandali, passano con relativa facilità, potendosi permettere di tramutare ogni mezzo passo falso in un passo bagnato, ma intero. Lisette ha scarponcini che arrivano sopra la caviglia e arriva di là praticamente asciutta. Con le mie ottime scarpe basse, mi trovo di fronte a una scelta: bagnarmi i piedi, oppure lanciarmi in un saltellante equilibrismo, rischiando di essere scaraventato via dalla corrente per finire, probabilmente, nel bel mezzo dell’oceano Indiano. Dopo attimi di profonda riflessione, mi bagno i piedi e proseguo il cammino sciaguattando. L’oceano Indiano lo vedrò un’altra volta.

La scorza del Duro

Motu non ce la fa. Annaspa, sbuffa, beve, suda; poi si siede e ci annuncia il suo abbandono, col sollievo dipinto in faccia. La sua perdita è notevole a livello emotivo. Per il gruppo era importante sapere che, comunque, c’era chi andava più piano. Ne risente soprattutto il Duro, anche lui a corto di fiato; ovviamente non lo dà a vedere, ma per farsi coraggio accende il telefono e fa partire una compilation di musica indiana. Quella, per me, è un’ulteriore ragione per lasciarlo indietro: la musica indiana, per quanto ci provi, non riesco proprio ad apprezzarla. Sono stato anche a un concerto, ma niente da fare. Ha dei buoni spunti, a volte, ma in un abisso di noia complessiva.
Verso l’una arriviamo al secondo stop intermedio, una manciata di tende che fanno da campo base alla scuola per scalatori, la stessa che i quattro ragazzi hanno fatto sei anni prima. In quei sei anni sono cambiati molto, mi confessa lo Smilzo mentre aspettiamo gli altri. Motu si è proprio lasciato andare, ma anche gli altri due hanno avuto un bel tracollo. Il Duro, in particolare, era quello più in forma di tutti. Adesso è laggiù che arranca, in ultima posizione, ascoltando la sua compilation: c’è un po’ di amarezza in tutto ciò. È arrivata Lisette, è arrivato anche Hanouch, stravolto.
Restiamo tutti a guardare il Duro che sale, un passo, poi un altro, poi un altro. Non dev’essere facile per lui, che una volta era il migliore. Ma benché la fatica ci sia, sul suo volto non la si può leggere. Di puro orgoglio, egli ci raggiunge con lentezza straziante. Gli chiedono qualcosa, ma lui tace, non si scompone, tiene a bada il suo grande affanno. Sempre in silenzio, si volta e scruta la vallata che si è lasciato dietro. Poi si accende una sigaretta, piano. Dà due boccate, dunque ci guarda, come a dire: “Ah, già qui anche voi?”

The Indian Way #2

Sotto la tenda principale ci forniscono l’immancabile bicchiere di chai, dolcissimo. C’è un fuocherello che mi consente di asciugare i piedi. Ben presto si riparte, c’è da vedere Beaskund. Di per sé, Beaskund è semplicemente la sorgente del fiume Beas, che scorre accanto a Manali e poi non so dove finisce.
Camminiamo un po’ sulla neve, finchè ci si para davanti un’impressionante catasta di rocce, una sull’altra a formare una muraglia. Il sentiero ce la farebbe aggirare, con calma e pazienza. Lo spirito della Tigre è di tutt’altro avviso: si scala, si assalta l’ostacolo dritto per dritto. Come se non avessmo più di otto ore di cammino alle spalle, come se non fossimo in piedi dalle cinque e mezza, ci scagliamo su quelle rocce come un’orda di barbari su di un castello, con cieca determinazione. Alla prima sosta utile mi attanaglia una domanda: “Ma che ci faccio, io, qui?”
Non ho tempo per nessuna risposta, soltanto per rocce, rocce e ancora rocce. Finita la muraglia, ve n’è un’altra. E poi un’altra. Dopo ore di grigio minerale, avvistiamo una radura e, in lontananza, una cascatella. Quella è Beaskund. “Embè? Tutto qui?”
Purtroppo sì.
Propongo di non recarci fino alla sorgente, dobbiamo tornar giù prima del buio, e poi potrebbe piovere. Quattro voti a favore, lo Smilzo si astiene. Giriamo i tacchi. L’India: la più grande democrazia del mondo.

La caduta

La nostra stanza a Solang ci accoglie col calore dell’acqua calda, una benedizione. Lisette lamenta diverse vesciche ai piedi e un fastidioso mal di testa. Io mi faccio beffe di lei ed esalto la mia tenuta fisica. Il giorno dopo ho la febbre.
La mattinata è interlocutoria: inappetenza, spossatezza. Mentre Lisette, sana come un pesce, va a fare parapendio, io mi parcheggio in un chioschetto a leggere e a bere un tè al limone dopo l’altro.
A mezzogiorno ho la certezza di non essere in salute. Dobbiamo tornare a Manali e, non potendo camminare a lungo, facciamo l’autostop. Da queste parti è più che normale. Un paio di chilometri li bruciamo su di un camion della Tata; poi ci raccoglie un’allegra famigliola di ritorno dalle vacanze: sono cinque in tutto, ma i tre bambini dietro, per farci posto, si impilano come solo i bambini sanno fare. Poi ridono di noi per tutto il viaggio, ma mi pare il minimo.
Ci lasciano a Manali. Lenta agonia verso un ostello, contrattiamo per una stanza. Appena vedo il letto, crollo. La stanza è tra le peggiori: freddina, popolata da vari insetti, leggermente in discesa. Ma ho tutt’altri pensieri.

Ammalarsi in India

Per carità, era previsto. Non potevo sapere quando, ma ero sicuro che mi sarei ammalato. Tra coloro che ho incontrato, sono in molti ad aver avuto problemi di salute per qualche giorno.
Il fatto è che ammalarsi in India ti pone problemi ulteriori. Anche se i sintomi sono ordinari, sei preoccupato comunque: potresti avere di tutto. Vai per esclusione; inizi dai vaccini appena fatti e depenni mentalmente l’epatite B, il tetano, la febbre tifoidea. Poi passi al morbillo e successivamente escludi ciò per cui sei già passato: rosolia, varicella, parotite. Devi per forza considerare l’ipotesi che sia malaria, e puoi solo sperare che ti abbia colpito nella sua versione curabile. Poi, a parte stupidaggini tipo il gomito della lavandaia, sei costretto a fronteggiare l’intero ventaglio delle patologie conosciute all’uomo, senza peraltro averne la più vaga conoscenza. Quando, infine, concludi che hai solo un po’ di febbre, ti senti un miracolato.
Poi guarisci, esci all’aperto, ti stiracchi; ti guardi intorno, realizzi dove sei e che cosa stai facendo. E ti ricordi che, febbre o non febbre, sei un fottuto miracolato comunque.

<< Triund | Un passo alla volta >>

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: