Spagnoli d’Albione

2011/10/26 § Lascia un commento

[per il ValdarnoPost]

 
Nel caso ve ne foste dimenticati, la Spagna è campione d’Europa e del Mondo in carica. Inutile dire che una loro eventuale vittoria a Euro 2012 scoccerebbe parecchio. Quindi li sto tenendo d’occhio da un po’ e sono giunto a questa conclusione: ci stanno giocando un colpo basso. Infatti, mentre tutti noi eravamo e siamo tuttora alle prese con i duetti tra Xavi e Iniesta, i voli di Casillas e gli elastici per capelli di Sergio Ramos, la sagace federazione iberica ha spedito tre uomini di grandi qualità a studiare all’estero, più precisamente in Inghilterra. Li ritroveremo tirati a lucido l’estate prossima, in Polonia e Ucraina. Vediamo di non farci trovare impreparati.

David Silva (1986, Manchester City). In questo preciso momento è il miglior giocatore spagnolo. È costantemente ispirato ed efficace, in pace col mondo, generoso coi compagni (già sei assist in campionato!), incantevole con la palla tra i piedi. Se provi a togliergliela, lui prima ti scruta come un roditore, poi ti provoca come un torero e infine ti schiva come un fiorettista, lasciandoti impietrito a domandarti com’è possibile che abbia già lanciato Milner sulla fascia. È un dribbler passivo, che induce i difensori alla prima mossa e poi sguscia dall’altra parte, cambiando direzione con grande facilità. Domenica scorsa, all’Old Trafford, è stato il mobilissimo centro di gravità della fase offensiva del City, in un match in cui i Citizens hanno spazzato via 6-1 lo United – che da seconda squadra d’Europa potrebbe essere diventato seconda squadra di Manchester. E se Alex Ferguson ha dichiarato per la prima volta in carriera che perdere solo tre o quattro a uno sarebbe stata una fortuna, la colpa è in buona parte di questo imprevedibile ometto.

Juan Mata (1988, Chelsea). È il David Silva del Chelsea. Esploso nel Valencia durante un torello, coi Blues ha iniziato benissimo, segnando all’esordio sia in campionato che in Europa.1 Indossa la maglia numero dieci, con grande gioia sua, dei tifosi e della maglia stessa, la quale per ben tredici anni è rimasta in ostaggio di Yossi Benayoun, Joe Cole, Slaviša Jokanović e Pierluigi Casiraghi. Mancino che sa usare anche il destro, vede sia i compagni che la porta ed è provvisto di un gran primo tocco. Sta dando ai Blues quella creatività che mancava in passato, sia sugli esterni che sulla trequarti, e Villas-Boas già gli ha dichiarato pubblicamente la sua stima, peraltro ricambiata. Negli ultimi quindici anni, da Stamford Bridge sono passati grandi calciatori, ma era dai tempi di Zola che non si vedeva uno così.

Fernando Torres (1984, Chelsea). Fino a tre stagioni fa era un’iradiddio. Agilità, tecnica, potenza e una progressione così poderosa da tenere in ansia non solo i difensori avversari, ma anche i più lenti tra i guardalinee. E, soprattutto, cataste di reti in tutte le salse, alcune squisite. Aveva Liverpool ai suoi piedi, con quei capelli biondi al vento e quel faccino da piccola fiammiferaia che gli aveva procurato ammiratori e ammiratrici in quantità comparabili. Poi, un giorno, il dramma: diventò castano. Il che coincise inoltre con tutta una serie di problemi al ginocchio destro, culminati in un’inopportuna operazione chirurgica. Giocò e vinse il mondiale sudafricano, ma senza brillare né segnare.2 Lo scorso gennaio fece l’unica cosa davvero notevole della stagione: divenne il più costoso acquisto della storia del Chelsea. Quest’anno sta tornando in sé, anche esteticamente, e mercoledì scorso c’è stata la svolta definitiva: David Luiz lo ha benedetto e il Niño ha segnato la sua prima doppietta per i Blues, di nuovo biondiccio, quasi come ai bei tempi. Per l’europeo sarà totalemente recuperato e, se necessario, anche platinato.

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1 In entrambi i casi nel recupero: al 92° contro il Bayer Leverkusen in Champions League e addirittura al 101° contro il Norwich City in campionato!
2 La sua presenza fu però funzionale alle scorribande del Guaje David Villa, che imperversò fino alla semifinale (quando Torres fu infine panchinato) finendo capocannoniere del torneo.

Lutto pubblico comparato

2011/10/24 § 6 commenti

“Una singola Anne Frank detta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei,
la cui immagine è rimasta nell’ombra. Forse è necessario che sia così;
se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere.”

Primo Levi

 
La biblioteca pubblica di Amsterdam è a pochi minuti di cammino dalla casa di Anne Frank ed era da là che, il 23 luglio scorso, seguivo online gli aggiornamenti che arrivavano dalla Norvegia nel giorno seguente alla strage di Utøya. Lo facevo con un’apprensione e una pesantezza d’animo abbastanza inusuali1, perché su quell’isolotto era accaduto qualcosa di un orrore davvero raro.

Quando poi, in quello stesso pomeriggio, seppi della morte di Amy Winehouse, ebbi un sussulto proveniente da una zona del petto che quei poveri ragazzini non mi avevano neppure sfiorato. Qualche momento dopo ero lì a cercare di spiegarmi come mai il decesso di una cantante inglese2 mi avesse toccato di più che lo sterminio pianificato di decine di giovani norvegesi, e se non fosse in qualche modo sbagliato che i due fatti avessero praticamente lo stesso spazio sui mezzi d’informazione (mentre nelle conversazioni, offline3 e online, prevaleva nettamente la Winehouse).

Ieri è accaduta più o meno la stessa cosa, ma a fattori invertiti e, da molti punti di vista, in tono minore: prima Marco Simoncelli ha perso la vita in un incidente durante l’ultimo Gran Premio di MotoGP, poi un violento terremoto in Turchia ha ucciso centinaia di persone. Io mi sono dispiaciuto per Simoncelli e sto seguendo la tragedia turca senza eccessivi turbamenti. E torno a chiedermi se non ci sia qualcosa di sbagliato.

Mi rendo conto che un pezzo di risposta l’avevo avuta non lontano da dove per la prima volta mi sono fatto la domanda: ai visitatori della casa di Anne Frank viene data una brochure che si chiude con quel virgolettato di Primo Levi. Non possiamo “soffrire per le sofferenze di tutti”, forse neppure per quelle di due persone: possiamo compatirci uno alla volta solamente. Dobbiamo sempre trovare una storia, una faccia, dei panni in cui infilarci. Per cui affrontare una morte o cento, a livello emotivo, non fa differenza. Non è questione di quantità, ma di qualità: la differenza la fa il chi muore.

Ma c’è dell’altro, perché se poi chi muore è una celebrità, anche una della quale non c’importa o che addirittura disprezziamo, se ne va comunque un pezzettino del nostro mondo. Amy Winehouse e Marco Simoncelli erano nostri conoscenti, e li abbiamo persi improvvisamente. A molti di noi avevano anche dato delle emozioni – l’una con la voce, l’altro con la moto – e, grazie a esse, avevamo stabilito con loro un rapporto affettivo, certamente unidirezionale, ma comunque potenzialmente piacevole e importante. Invece, delle anonime vittime di un attentato o di una catastrofe veniamo sempre a conoscenza nel momento in cui non ci sono più. Non perdiamo niente.

La morte di una persona celebre, per quanto a volte irrilevante da tutti gli altri punti di vista, è importante sul piano emotivo. Per questo credo che per i mezzi d’informazione abbia senso dare spazio alla notizia: per dare modo al lettore di comprendere un vuoto e chi lo ha lasciato.

E credo anche che, se i social media si riempiono di commemorazioni, estremi saluti e ricordi – spesso traboccanti di immancabile e tollerabile retorica –, non ci sia niente di male: in gran parte, è pura e semplice elaborazione di un (piccolo o grande) lutto. Internet ci dà oggi la possibilità di farlo socialmente. Tutto sommato, mi sembra una cosa positiva.

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1 Abbiamo letto, visto e sentito di così tante tragedie che facciamo tutti fatica a provare reale compassione. La nostra è spesso una partecipazione razionale: capiamo il dramma senza sentirlo. Soffriamo un po’, appunto, di compassion fatigue.
2 Mi considero un moderato estimatore della Winehouse. Ho ascoltato alcune volte Back to Black (bello: Tears dry on their own è il pezzo migliore), invece Frank, prima dello scorso luglio, non sapevo neppure che esistesse.
3 T. stava sfogliando un libro in solitudine quando uno sconosciuto si è avvicinato chiedendo: “Hai sentito che è morta Amy Winehouse?”

Escher

2011/10/20 § 7 commenti

Avesse avuto un po’ meno fretta, la signora con le scarpe rosse avrebbe certamente fatto più attenzione. Invece non aspettò il verde e attraversò senza guardare, così il ragazzino con l’auto d’epoca la prese in pieno senza frenare, e senza neppure lasciarle il tempo di spaventarsi. Lui, invece, si spaventò moltissimo e la prima chiamata fu immediatamente per Lidia, la sua ex, che quando seppe dell’accaduto rimase di sasso e decise di cancellare la partita di tennis che aveva in programma di lì a poco con Filippo, il suo prossimo ex-ragazzo. Lui si disse dispiaciuto, ché tra l’altro aveva pure comprato la racchetta nuova, ma trovò il tempo di andare dal suo spacciatore di fiducia per sapere se avesse ancora qualche grammo di fiducia da vendere o, in alternativa, un po’ d’erba. Lo spacciatore spacciò, intascò i soldi e decise di potersi finalmente permettere quella stampa di Escher per il soggiorno. Entrò in ascensore fischiettando, ci trovò Ivana del sesto piano e si complimentò con lei per la nuova pettinatura. Ivana ne fu eccessivamente lusingata: di ottimo umore, arrivò puntuale all’appuntamento con Viviano, il suo dentista, e gli chiese di portarla a cena non appena lo vide, quasi senza salutarlo. Nascondendo più l’entusiasmo che lo stupore, Viviano il dentista accettò con un sorriso e un attimo dopo aveva già chiamato sua madre a casa. La implorò, tra l’altro, di portare subito in lavanderia la sua giacca preferita e lei, che aveva l’arista in forno, si fece pregare un po’ più del solito. In tutta fretta si mise le prime scarpe che trovò, rosse, uscì di casa e al secondo incrocio non aspettò il verde, attraversando senza guardare.

F2M, o del cambiare sesso alla nazionale

2011/10/14 § 2 commenti

[per il ValdarnoPost]
“L’Italia non produce gioco: sa cavare invece i massimi risultati dal contro-gioco. Se gli avversari giocano bene, l’Italia vede immediatamente valorizzato il suo contro-gioco; se invece giocano male, anche l’Italia gioca male per non saper produrre
un gioco suo proprio.”

Gianni Brera, Presentazione della finale Italia-Germania, la Repubblca, 10 luglio 1982
“Ora tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno
le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica.”

Gianni Brera, Io triumphe: Italia Tricampeón Mundial, la Repubblica, 12 luglio 1982

 
Se pensate che il lavoro di Prandelli sia facile, scontato o banale, dovreste ricredervi. Se invece pensate che sia vano, potreste non avere tutti i torti.

L’Italia è squadra femmina. Non lo dico io, ma la storia delle sue vittorie, tutte ottenute esaltando l’attitudine all’attesa e al farsi attendere, a lasciare l’iniziativa all’avversario ostentando remissività, per poi colpirlo al suo primo errore.

Lo diceva anche Gianni Brera, che non è stato solo il più celebre giornalista sportivo italiano, ma anche (soprattutto?) il primo teorico e pubblico sostenitore del catenaccio. Le sue ragioni erano più o meno queste: quello italiano è un popolo naturalmente portato alla prudenza e atleticamente inferiore rispetto alle altre grandi nazioni calcistiche, pertanto può competere ad alti livelli solo difendendosi e rispondendo al gioco altrui, senza dover produrne uno proprio.
Considerando che da Brera in poi l’Italia ha vinto due mondiali e un europeo, si capisce facilmente che non solo queste teorie si sono ormai integrate nel nostro modo di vedere e giocare il calcio, ma anche che potrebbero essere inesorabilmente esatte. Insomma, potrebbe avere ragione Brera: se l’Italia vuole vincere, deve giocare all’italiana.

Cesare Prandelli, per contratto, la pensa diversamente. Lui crede che l’Italia possa competere anche prendendo l’iniziativa e imponendo il proprio gioco: per la prima volta1, c’è un commissario tecnico che sta davvero facendo della gloriosa squadra femmina un bel maschietto. Un duro lavoro, che diventa un’impresa titanica se si pretende pure che arrivino i trofei (e saranno pretesi, ci mancherebbe).

Per fortuna lo svantaggio fisico degli italiani si è attenuato. Di atleti totali – i Drogba, gli Shevchenko, gli Alexis Sánchez – non ne abbiamo e non ne avremo quasi mai (l’unico potrebbe essere Balotelli, che sembra non aver la testa per usare il fisico), ma le moderne tecniche di allenamento hanno messo quasi ogni calciatore in grado di tenere botta ad alto livello, e poi quello odierno è un calcio che ha rispetto per i piccoletti.

Il vero ostacolo di Prandelli è culturale: il paese, calciatori inclusi, sa quello che perde ma non quello che trova e ciò non può convincerlo appieno, soprattutto perché è refrattario al cambiamento e, in fondo, la via vecchia aveva dato soddisfazioni. Nessuno è abituato a una nazionale così.2

In queste due ultime partite, con l’Italia già qualificata, si è potuto osservare il gioco di Prandelli libero dall’esigenza del risultato. Ecco due significativi sprazzi di telecronaca istituzionale:

  1. Siamo a Belgrado contro la Serbia, con l’Italia in vantaggio per uno a zero. Più di una volta la difesa azzurra recupera palla, i serbi pressano alto e gli azzurri non la buttano, ma cercano di impostare l’azione correndo il rischio di perdere il possesso nella propria trequarti. A un certo punto, il commento di Collovati: “Siamo troppo leziosi”. Traduzione: “Spazza! Che aspetti? Stiamo vincendo noi!”. Il buon Fulvio era istintivamente allarmato, come molti altri italiani (me incluso), da quell’ostinazione nel  giocare la palla correndo rischi evitabili. Non son paure da cui si guarisce in qualche mese, queste.
  2. Durante Italia-Irlanda del Nord, a ogni verticalizzazione o cross sbagliato, il leitmotiv dei telecronisti è stato: “Manca qualcuno in area di rigore”. Traduzione: “Non abbiamo attaccanti. Dov’è Iaquinta?”. Così, lamentandosi di una presunta mancanza di incisività offensiva, il duo RaiSport ha rievocato in più occasioni la figura del marcantonio sportellante, un centravanti vecchio stile che a volte è stato Riva, Toni, Vieri, ma troppe altre Casiraghi, Ravanelli, Carnevale. Peraltro, l’Italia ha vinto 3-0. Che il cielo ci aiuti.

 
Questi rappresentanti dell’establishment calcistico italiano o non hanno la minima idea di ciò che Prandelli sta cercando di fare, o sono lì per dar voce, di quando in quando, alla parte più guardinga, prudente e reazionaria del tifo azzurro. Oppure c’è una terza opzione: sono assolutamente convinti che abbia ragione Brera, che quest’Italia mascolina non abbia futuro alcuno, che ci aspettano delusioni e terribili batoste, e stanno solo cercando di prepararci psicologicamente al peggio.

Ma nessuno può avere la certezza che la strada intrapresa sia sbagliata, anche se è molto probabile che fin quando non saranno tutti intimamente convinti che possa funzionare, il progetto di Prandelli non funzionerà. Ci vorranno tempo, fiducia e pazienza, perché non è un cambio di modulo, ma di approccio, di mentalità. È un cambio di genere.

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1 Un rassegnato Sacchi sosteneva che non c’è tempo per allenare una nazionale: la si può soltanto scegliere.
2 Solo per far notare che un decennio fa, con questi stessi uomini, il Trap avrebbe potuto mandare in campo una roba del genere: Buffon; Cassani, Barzagli, Bonucci, Chiellini; Maggio, Pirlo, De Rossi, Balzaretti; Cassano; Matri.
Rallegratevi.

Filotto!

2011/10/13 § 2 commenti

Una delle novità più appariscenti che il giornalismo online ci ha portato è il cosiddetto boxino morboso. Tra qualche colpevole soddisfazione e più frequenti momenti di scoramento, ci conviviamo tutti, volenti o nolenti, consapevoli o ignari. Il fatto è che oggi, a mia memoria, quelli di Repubblica.it si sono superati:

 

Ritratto di Pier Ferdinando Casini

2011/10/06 § 3 commenti

Se in questo paese c’è un uomo che incarna perfettamente i concetti di equilibrio, buon senso, appropriatezza, temperanza e bon ton, questi non può che essere Pier F. Casini. O, almeno, questo è ciò di cui lui si è ormai persuaso.

Il suo sogno più selvaggio è che qualcuno, tra moltissimi anni, lo ricordi come una persona davvero squisita. Ma non succederà: non lo ha mai assaggiato nessuno. Perché Pier sarebbe anche un bell’uomo, ma ha il sex appeal di un hamburger di soia, e ciò fa di lui un tiepido case study di fascino fine a se stesso.

Da molti anni, anche per esigenze di branding politico, i suoi spin doctor stanno coltivando e uniformando il genuino candore della sua capigliatura. Ma è con la folta nerezza delle sopracciglia che Casini davvero parla al suo potenziale elettore: “Non vedi? Sono ancora giovane. Molto più di Formigoni.”

Un’espressione ricorre con frequenza sul suo volto: è di disgusto. Ogni volta che è in pubblico, finanche in uno studio televisivo, Ferdinando tradisce il disagio sotteso e latente di chi sia stato costretto a entrare in un bagno chimico col vestito buono. La missione politica che si è dato è quella di arginare la degenerazione di un popolo e deodorare il fetore di questo peccaminoso stivale. Ma il voltastomaco è tale che, quando prende la parola, quell’espressione permane, cosicché non si capisce se il disgusto sia per le forze del Male che lo assediano o per quello che egli sta dicendo. Il dubbio che sorge, ineluttabile, è che Casini si faccia schifo da solo. Che detesti tutto ciò che lo circonda, quello che pensa e che fa, il nome che porta.

Forse un giorno esploderà. Si straccerà le vesti, urlandoci che tutto è orrido, che il Signore non esiste, che la gente è sporca e spettinata. Andrà di corsa al bar e ordinerà un Crodino. Doppio. Poi uscirà senza pagare e, tremante, chiamerà il suo vecchio amico Cosimo Mele, per domandargli se ha qualcosa in programma per il weekend.

Dove sono?

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