Just a perfect day

Varanasi, 21 luglio 2009, 10:38

Le dimensioni contano

In India, se non stai attento, già dopo pochi giorni ti convinci di essere diventato molto alto. L’indiano medio è bassino (vale circa 0,9 volte un europeo medio, direi) e costruisce tutto a sua misura, probabilmente anche nell’intento di salvare un po’ di spazio, data la crescita forsennata della popolazione.
Le conseguenze sono a volte fastidiose: strabordare dal sedile del bus, sbattere la testa nel passare da una porta, oppure dormire coi piedi che penzolano giù dal letto; quella mattina, a Uttarkashi, mi sveglio che penzolano piedi, caviglie e il braccio sinistro.

È permesso?

Con me c’è, di nuovo, Lisette. Ci hanno detto che lì a Uttarkashi, luogo perlopiù avulso da una realtà comprensibile, è possible ottenere il permesso per risalire il Gange fino alla foce. Così siamo in mezzo a una strada, chiedendo a un agente dov’è un qualsiasi ufficio turistico. L’agente si spiega malissimo in almeno tre modi diversi e a quel punto compare un tassista sgargiante, che ci ispira fiducia per via di un cappello alla Bogart tempestato di cavallucci marini. E lui, il mare, dà l’idea di non averlo mai visto.
Saltiamo su, il tipo guida e fa salire e scendere alcuni suoi amici, lungo la strada: è del tutto normale. È meno normale che, tra gli altri, salga in macchina colui il quale ci farà il permesso. Si tratta di un ufficiale di qualche branca dell’esercito.
Dieci minuti dopo siamo in uno sperduto ufficio con cinque impiegati, tre scrivanie e un computer, spento. Il tutto dura un’ora, nella quale forniamo passaporti e dati personali, un impiegato li ricopia con l’accortezza di un amanuense stanco durante un terremoto, il tassista si inserisce per accelerare i tempi con lo sguardo e a tempo scaduto entra un fucile accompagnato da un’uniforme. Sei, sette uomini in tutto, e avrebbe potuto durare cinque minuti. Ma poco importa: il permesso non vale da subito e quel giorno lo passiamo a Uttarkashi.

Orange Carpet

Nel pomeriggio andiamo a scoprire la città. È a uso e consumo dei soli indiani e, in questo periodo, specialmente dei pellegrini che la attraversano. Si celebra Shiva: dalle più remote zone dell’India, centinaia di migliaia di fedeli partono alla volta di Gamoukh, la sorgente del sacro fiume, per pregare, sobbarcarsi di taniche d’acqua e tornare a casa a piedi; tutto ciò in vesti arancioni, il colore del dio e, curiosamente, pure dell’Olanda. Lisette è afflitta da questi orange people che pullulano lungo le strade: molti di loro si radunano a gruppetti e la fissano senza ritegno. Più precisamente, assistono a quell’esotico evento dai capelli biondi, come fosse un giocoliere o un incidente stradale.
I più tecnologici ci chiedono una foto e, ovviamente, si rivolgono a me, fingono di volere una foto con me per poi includere Lisette e inquadrare soprattutto lei. Ci scattano decine, centinaia di foto con decine, centinaia di orange people.
Se siete biondi e state pensando di diventare famosi, fatevi prima un giro a Uttarkashi: sarà una preziosa lezione.
Troviamo riparo scendendo sulla riva del Gange, dove ci sono 4 o 5 gradi e 4 o 5 mila fotocamere di meno. Ombra, calma e acqua che scorre: un bell’angolo di mondo.

Piccole cose importanti

Torniamo all’ostello per una doccia. Dopo cinque minuti bussa il gestore, inopportuno come un rutto in biblioteca. È giovane, oscenamente basso e remissivo; inoltre è il più cavilloso gestore d’ostello che abbia mai incontrato. Non è semplice da spiegare, mi suscita un misto di tenerezza e fastidio. Il giorno prima, al nostro esausto arrivo, ci aveva fatto compliare, fin nei più insipidi dettagli, due moduli a testa. Poi aveva accolto di buon grado la nostra richiesta di un secchio d’acqua calda, purtroppo senza esaudirla.
Adesso ci piomba in camera con voce flebile e altri due moduli; ha gravi problemi con l’inglese e con la carta carbone (ebbene sì, esiste ancora la carta carbone). Vorrei perdere la pazienza, ma sono vinto dalla tenerezza e lo perdono: in fondo è un piccolo grande personaggio.
La sera è in programma il cinema: Lisette sostiene che io debba vedere un film di Bollywood. Ma prima di cena ci fermiamo per un magnifico succo di frutta, una pinta di ananas spremuti al momento: qualità e quantità, in un luogo del tutto insospettabile.

Uttarkazzi

Fuori dal cinema ho una strana sensazione. Siamo lì per lo spettacolo delle 21:30 e non c’è esattamente il pienone. Ci sono cinque o sei ragazzi che fumano all’ingresso; come arriviamo si attivano, aprono il cinema esclusivamente per noi. Non si capisce quale sia il film, ma ci convincono, un po’ in inglese e un po’ in hindi, a prendere una saletta solo per noi. Ansioso di sedermi da qualche parte, taglio corto e gli do sempre ragione, anche quando, mi par di comprendere, mi si chiede vagamente: “Open sex?”
Mi sorridono con complicità; io inizio a capire a cosa stiamo andando incontro. La saletta domina la sala principale: sono entrambe deserte e vecchie di almeno cinquant’anni. Forse c’è stato un tempo in cui erano decadenti, ma oggi questo dinamico aggettivo è fuori luogo: il cinema di Uttarkashi è, irrimediabilmente, decaduto. Poltrone in legno, sudicie e sfondate; immondizia e pozzanghere sul pavimento, enormi ventilatori sulle pareti laterali; un pipistrello. Per quanto mi riguarda, la sola sala vale il prezzo, ridicolo, del biglietto.
Inizia il film. La qualità della pellicola è peggiore del contesto nel quale è proiettata. L’immagine balla e salta, piena di grumi, mentre i colori sono sbiaditi.
C’è un uomo in bianco, tra due donne, nei pressi di un laghetto. Splende il sole, lui sorride e fa il figo. Segue un’inquietante inquadratura di dieci secondi su delle paperelle che nuotano. La scena successiva vede un gigantesco pene indiano in prossimità di due gigantesche tette indiane. Dalla mia sinistra arrivano, con tutta probabilità, delle bestemmie in olandese: non è il dolby surround, ma la reazione di Lisette al fatto che stiamo guardando un porno a Uttarkashi. Lei non ci sta, dopo due minuti siamo fuori, tra lo sconcerto del personale del cinema. Siccome trovo tutto molto surreale e divertente, quando mi chiedono perché ce ne andiamo rispondo che è per via della scarsa qualità.

Summertime

Siamo ancora increduli e commentiamo ridendo quei due minuti di grande cinema. Si materializza un chioschetto di limonata e ci sembra giusto approfittarne.
“Zucchero?”, mi chiedono, e dico ‘no’ perché voglio il sapore genuino del limone.
“Sale?”, mi chiedono, e dico ‘sì’ perché ho l’impressione che due ‘no’ di fila siano un comportamento troppo negativo.
Così mi bevo acqua, sale e limone. Un sorso, mi guardo intorno e sento che è arrivata l’estate. “È estate!”, esclamo, quando siamo ormai a metà luglio, e nessuno mi capisce. Per qualche oscuro meccanismo psicofisico, sono adesso in preda a questa forte sensazione incomunicabile. Non è più caldo, bensì estate, e sono al mare, sono sul lungomare, da qualche parte in provincia di Grosseto.
Strano, o no?

<< Un passo alla volta

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