Road to Dharamsala

McLeod Ganj, 18 maggio 2009, 23:57

Chai

In India chai è il tè, ma in questo caso è anche il nome del mio compagno di viaggio. Né io ho scelto lui, né lui ha scelto me: i posti in quel bus li stabilisce con fermezza un indiano spelacchiato con 40 anni portati male. Dice a tutti dove sedersi, il che dà a pensare a un’organizzazione capillare: niente di più lontano dalla realtà.
“Ciao, piacere, sono Matteo”, “Ciao, sono Chai”, “Ah, come il tè!”, osservo io divertito, mentre il sorriso di Chai si incrina.
Chai (che poi mica lo so se si scrive così) è un israeliano fricchettone. Ce ne sono una decina sul bus e, appena il vecchio quarantenne si distrae, Chai li raggiunge, aprendo così la strada al mio nuovo, definitivo, compagno di viaggio.

Indian Army

È indiano, uno dei due sul bus. Mi dice il nome, poi mi fa lo spelling, ma io non capisco comunque. Ha la mia età, è estroverso, parliamo un bel po’. Così come molti altri indiani, non solo mastica l’inglese, ma se lo mangia anche: non sempre lo comprendo subito.
Si vuole sposare, mi dice, e spiega che ci sono due strade per il matrimonio: prima si accordano le famiglie, poi ci si innamora; prima ci si innamora, poi si accordano le famiglie. Il suo caso è il secondo, ma il padre della ragazza non è d’accordo e, in giugno, il mio amico tenterà di fargli cambiare idea.
Altro particolare: è un militare, avviato all’esercito indiano sin dai 12 anni. E per far ciò, con rammarico, ha dovuto abbandonare il cricket.

Speciale cricket

Non riesco a capire come, nella poverissima India, si siano diffusi tra la gente degli sport così complicati, primo fra tutti il cricket. I bambini lo giocano per strada: servono una mazza in legno con un lato piatto, una piccola pallina che rimbalzi, tantissime persone (questo è l’ultimo dei problemi). Da quel che ho visto, il lanciatore scaglia fortissimo la pallina verso il battitore, il quale deve respingere il più lontano possibile. A quel punto la miriade di bambini circostante sfreccia verso la palla, la raccoglie, la rilancia alla base.
Tutto ciò si traduce spesso in un macello. La pallina finisce nel mezzo del folle traffico indiano, con rischi indicibili per bambini e automobilisti. Si tratta solo di capire in quale direzione sarà sfiorata la tragedia, in base alla prestazione del battitore, in genere.
Ma perché gli inglesi non gli hanno lasciato il football?

Varia umanità

Il bus, nel suo assetto definitivo, si compone di: dieci israeliani circa, due indiani (tra cui il milite), me, un altro viaggiatore solitario, presumibilmente europeo, una dozzina di tibetani, tra cui almeno quattro monaci buddisti (il mio preferito ha le Crocs e il lettore mp3).
Poi sale il Fenomeno: é un nudo stile “Tarzan”, con un misero gonnellino alla vita e niente più; ha il fisico scolpito, alla Iggy Pop, tatuaggi come Dennis Rodman, occhialetto alla John Lennon, i capelli di Beckham quando faceva il mediano al Real (solo molto più zozzi), piede scalzo e, ovviamente, nerissimo.
Nonostante ciò è un figo della madonna. Si accompagna a una bella biondina, un po’ più civilizzata, che lo guarda adorante. Non si scollano mai, parlano solo tra loro, in inglese.
La presenza del Fenomeno ridefinisce, all’interno del bus, il concetto di “look alternativo”. Tutti i fricchettoni israeliani diventano subito piccoli sottoprodotti del Sistema, completamente inseriti.

Il clan

Si parte. Il bus è piuttosto scalcinato, ma almeno ha l’aria condizionata, fondamentale nei 40 e più gradi di Delhi. Alla guida non c’è un autista, bensì un manipolo di ragazzi dalle facce tetre, tutti agli ordini del già menzionato quarantenne. Alla testa del bus, attorno al volante, si sviluppa una vera e propria cabina di pilotaggio, dotata di un materasso, qualche poltrona e… nebbia (lì si può fumare). I ragazzi si danno il cambio al volante. Abbiamo già più di un’ora di ritardo, ma ben presto c’è un primo stop: salgono altri ragazzi per venderci acqua, patatine, gelati. Seconda sosta per mettere benzina, subito dopo. Non siamo nemmeno usciti da Delhi (viaggiamo comunque da un’ora e mezza, la città è davvero sterminata) che ci fermiamo ancora: l’aria condizionata ci ha lasciato. La cosa ci addolora, inizia a fare caldissimo. Ci spogliamo tutti, tranne le poche donne e il Fenomeno, già nudo. Il guasto non sembra riparabile, anche se il manipolo di autisti sembra darsi un gran da fare.
L’amara realtà emerge di lì a poco. Dopo un’accesa discussione con l’equipaggio, il mio milite rivela che non c’è nessun guasto: è solo un modo per risparmiare benzina, dunque denaro.
Si riparte, finestrini spalancati, oltre 100 all’ora: è impossibile anche solo parlare. Il viaggio è iniziato attorno alle 18, e quando arrivano le 21 c’è la quarta sosta. C’è un po’ di gente lì fuori, come se ci aspettasse. Un tipo prende una scala, la piazza alla coda del bus e altri strani personaggi cominciano a caricare il tetto con dei grandi sacchi, pieni di chissà cosa. Spiega il milite che quello è solo un altro modo per arrotondare; è incazzato, il milite, vorrebbe opporsi e far valere la legge, ma non può: la legge non è lui, su quel bus. Mi rivela che in India esiste il clan degli autisti di bus: si conoscono tutti tra loro, fanno quel che vogliono e come vogliono. Se per caso arriva una pattuglia, sganciano qualche rupia e li fanno stare buoni. Quasi si scusa, il buon milite, quando mi racconta di quella corruzione. “Corruzione? Non ti preoccupare. Ne ho già sentito parlare”.

Guidare in India

Appena il giorno prima, un tassista mi aveva avvertito. Per guidare in India servono tre cose: “good horn, good brakes and good… luck!” [traduzione per i diversamente anglofoni: “un buon clacson, dei buoni freni e buona… fortuna!]
Niente di più vero, il traffico è un formicaio di veicoli di ogni genere, che annunciano costantemente la loro presenza spianando il clacson. Lo suonano tutti, così, di fatto, è come se non lo suonasse nessuno, ma il concerto è infernale.
Se non si è abituati, lo spericolato stile di guida indiano sa regalare emozioni forti.
Il nostro team di autisti, in quanto a guida spericolata, non è certo secondo a nessuno: traiettorie imprevedibili, sorpassi visionari, staccate da capelli bianchi. Non ci fanno annoiare mai.
È così che arriviamo a un punto ristoro, verso le 22:30, nel bel mezzo del nulla. Ceniamo; lascio che il milite ordini anche per me, e non me ne pento. Poi non riesco a impedirgli di offrirmi la cena, e questo mi mette in imbarazzo. Prima di ripartire mi fermo un po’, guardo in alto e vedo le mie prime stelle indiane. Non più di otto, fioche e tremolanti: lì attorno non c’è niente, ma l’aria è ancora inquinata.
Salto di nuovo sul bus e trovo la bella sorpresa: anche il manipolo ha un cuore, è tornata l’aria condizionata.

Because the Night

Ora si tratterebbe di dormire. Ben presto si rendono tutti conto che sarà impossibile. I posti sono scomodi, la guida tremenda: è già molto che nessuno vomiti la cena.
Appena prima di mezzanotte, nell’insonne silenzio generale, arriva da sotto un rumore molto forte e improvviso. Fingiamo tutti di svegliarci. È il più banale dei contrattempi, c’è da cambiare una gomma. Il manipolo entra in azione e ben presto possiamo ripartire, ma l’evento non è privo di ingiuste conseguenze. La gomma da buttare è anche un costo da ammortizzare: l’aria condizionata ci lascia di nuovo, e stavolta è per sempre. Torna di moda il finestrino spalancato; io chiudo gli occhi, ma è come dormire in una galleria del vento. Allora mi ritrovo a osservare con calma l’intera situazione, e la trovo molto divertente. È in quel momento che decido di scriverla.
L’ultimo stop della notte mi distoglie dai miei pensieri. Senza nessuna accortezza, il quarantenne urla qualcosa, poi illumina a giorno la vettura e poi urla ancora.
Il suo scopo è svegliare uno tra i ragazzi del manipolo che, rannicchiato come un bimbo, dorme a terra, lungo il corridoio del bus: era l’unico ad aver trovato il sonno.
Non so il perché di quello stop. Da lì inizia per me un dormiveglia che finirà solo al mattino. Sono stanco, ogni tanto apro gli occhi e vedo cose impossibili: due uomini bassissimi vestiti di giallo, alcune colonne greche, un autovelox…

Chai #2

Quando il sole torna a degnarci di lui, abbiamo intorno verdissime montagne. Ci fermiamo l’ultima volta, verso le sei. C’è un piccolo chioschetto che fa bollire del chai in un pentolone. Con un guizzo d’orgoglio inspiegabile, vista l’ora, ne offro un bicchiere al buon milite. Sarà pure il pensiero che conta, ma mi sento subito in imbarazzo: il costo è ridicolo, cinque rupie, più o meno otto centesimi. Mi allontano un po’ e, col chai ancora bollente tra le mani, assaporo la splendida quiete di quella vallata. Non è stato semplice, ma sento di aver trovato un gran posto.

Triund >>

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