Da San Francisco alla Monument Valley

2012/08/27 § Lascia un commento

Nella Frisco Bay si saluta con how are you?, le bandiere sono a strisce arcobaleno e senza stelle perché la nebbia occupa la baia: un dispiacere e una ragione in meno per desiderare la libertà, così devono averla presa ad Alcatraz. Restava loro il sogno di quella strada sull’oceano che ti spezza il fiato a ogni curva fino a Los Angeles, e LA la conoscono tutti, si è fatta troppi film addosso. Se entri in una bella scena, però, dimentichi la cinepresa e ti sembra tutto vero. A Las Vegas, invece, non ci crede più nessuno. È un mito artificiale come i suoi alberghi, le promesse di tette in faccia e i sorrisi sopra le tette. Lì si morirebbe un po’, non fosse per la Death Valley attraversata poco prima, con l’alba muta fino al temporale, fino all’arcobaleno, fino al bar col football nel plasma a trenta gradi sopra il livello di un clima gradevole. Ma l’acqua del cesso è calda e par di cacare in grandi tazze di tè.
Gli indiani sono brutti, grassi, ubriachi e vivono vite sconfitte con un nome non loro. Il Grand Canyon è solo un buco, ci racconta a Flagstaff un tipo col tatuaggio della Delta Force orgogliosamente nascosto sotto la manica. Il buco più bello del mondo (o il second best, per gli amanti dei doppi sensi sessuali), ma la Monument Valley è un’altra cosa, e io è qui che ti devo ringraziare, Ennio Morricone. Ti abbiamo ascoltato tra quelle pietre, ci hai fatto venire la pelle d’oca e i lucciconi dietro gli occhiali scuri. Un po’ di merito va anche alle pietre, così come a Sergio Leone, a Jeremy Irons, a tutte le meraviglie a cui hai dato un sottofondo, ma tu sei dio, Ennio, tu completi ed esalti e dai senso senza prendere il sopravvento. Tu sei più bello di ciò che accompagni. Cristo, Ennio, tu sei il partner ideale.

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eddayeah!

2012/08/24 § 3 commenti

Ho perso quaranta dollari a black jack e da Las Vegas sto andando a Flagstaff, il preludio che abbiamo selezionato per il Grand Canyon. In pancia ho un hamburger spettacoloso, R. ha appena sparato con l’RPK, un fucile mitragliatore del quale non sappiamo nient’altro, se no vi direi di più. Il paesaggio ha virato in direzione Wile E. Coyote. Lunedì mattina avevo scritto questo, ma ho modo di postarlo solo ora, c’è stata una prevedibile accumulazione di eventi imperdibili.

Allora, ufficialmente ero partito venerdì, in realtà sto partendo adesso. Anzi, stiamo partendo. Sono con R., O. e M. in un Dodge Caravan da sette posti. Tra venerdì mattina e ora, l’Odissea. Persa la coincidenza per San Francisco a Londra, persi i bagagli per l’approssimazione dell’aeroporto di Heathrow e di tre diverse compagnie aeree, perso per M. il diritto a entrare qui, nella home of the brave and land of the free, col suo ESTA rigettato senza una spiegazione dal Department of Homeland Security, ci siamo faticosamente ritrovati adesso, combattendo contro confini, burocrati, check-in, jet-lag (che poi quasi nessuno lo prende con un jet, ma fa niente, ormai è quello), baggage claim e la necessità di vedere e vivere almeno un poco questa sorridente e nebbiosa Frisco Bay.

[Sono appena scorsi via Mountain View, Silicon Valley e Cupertino. Proprio adesso]

Ora , alla facciaccia vostra, stiamo andando a prendere la Pacific Coast Highway e tirare dritto fino a Los Angeles. La destinazione è New York City. Nel mezzo  troveremo l’America, quella più offline, e vedrò di twittarla un po’ [vedi agevole widget in home page], ché già è stata generosa di fuck yeah e what the fuck.

Altre due cose. Quando è possibile, stiamo facendo CouchSurfing, dormendo da chi ci ospita, ed è una cosa magnifica; alla soundtrack abbiamo dedicato un po’ di tempo, facendoci i cd come usava tempo fa, scegliendo anche l’ordine delle canzoni. Now playing.

Little Eataly

2012/08/10 § 10 commenti

Sono stato da Eataly, quello a Roma, dietro la stazione Ostiense. Non credo di averlo compreso. È un posto elitario di massa, è come se fosse stato pensato da due persone diverse, o per un altro luogo, o per troppi obiettivi. Me ne avevano parlato benissimo e adesso sono deluso.

Essendoci stato un giovedì di agosto, speravo non fosse proprio deserto: infatti era pienotto. Bene, mi sono detto. Non si faceva a gomitate come nei primi giorni – si dice in giro che, dopo il weekend di apertura e il relativo assalto, abbiano dovuto tener chiuso il lunedì poiché il cibo era finito. Ma ieri era solo pienotto, eppure trovare un posto per sei persone è stato faticoso. D’accordo, in due è più facile e anche in quattro si è più sguscianti. Però sei persone è una cosa normale, non può essere difficile, soprattutto se mi parli di armonia, di rallentare e assaporare, di emozioni e godimento. Se mi fai sedere alle undici, dopo due ore passate tra scaffali di cibo, foto di cibo, odori di cibo e gente che mangia, l’armonia non è più raggiungibile. La mia fame è inferocita.

Ha grandi prestese, Eataly, e promette un’esperienza che poi non sa dare. Mangiando ne parlavamo e lo si è definito un grande magazzino del cibo di qualità, senza avere i prezzi bassi del grande magazzino, né la qualità umana dell’oste che, se non altro, un sorriso o un’attenzione in genere te le sa dare. L’oste del caso, del quale si era reso pubblico il nome per aumentare la prossimità emotivo-relazionale col cliente, era una sorta di buttafuori sbadato, un passaggio a livello difettoso e scocciato. Salvatore, si chiamava.

Ma la vera sorpresa è che neanche c’è la qualità del cibo. La mia amatriciana era, per non dire cruda, troppo al dente. Non sono uno difficile io, però non è difficile neppure cuocere la pasta. Soprattutto se poi chiedi tredici euro. La cacio e pepe di O. pare fosse ancora più dura. La cicoria, quella era molto buona. La cicoria la salviamo. Anche la focaccia, dài.

E niente, magari è solo la mia età che avanza e mi porta in posti fighi e per poi farmene lamentare. Però veramente è congegnato maluccio. Dovrebbe almeno essere più grande, con più tavoli e sedie. Spero migliorerà. Nel frattempo, visto che ci sono, vi dico pure l’altra cosa rilevante di iersera: a Garbatella hanno piazzato un ponte che nemmeno nel futuro. Chissà che ne pensa Özpetek.

Immagine di orlyumby

Brilliant, total, orange book

2012/08/08 § 3 commenti

In genere, quando lo dico, tendo a essere snobbato: non può essere vero, sto esagerando. Però, a un certo punto, chissenefrega, no? E quindi lo metto anche per iscritto: non c’è niente che mi abbia spiegato l’Olanda come un libro sul calcio, non c’è niente che mi abbia spiegato il calcio come un libro sull’Olanda. E sto parlando dello stesso libro, chiaramente. Non appena l’ho chiuso, ormai un annetto fa, ho scritto questo post, tentando di rendere un poco l’armonia con la quale l’autore, David Winner, accostava storie e ambiti diversi tra di loro. Poi l’ho messo sul comodino, poi sulla scrivania. Mi ha seguito in tutti i miei numerosi spostamenti senza mai perdermi. L’ho citato, l’ho riletto, l’ho consigliato troppo calorosamente perché potessi convincere qualcuno. Via, Matteo, alla fine è un libro sul calcio, che vuoi che sia?
Infine ho deciso che proprio dovevo scriverne, e quindi ho messo giù questa recensione.
Try to snob this, motherfuckers.

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