Vuole la ricevuta?

2011/09/28 § Lascia un commento

È dal 2008 che c’è la crisi. Sono quattro anni di grafici a picco, incertezza, persone impoverite, persone incattivite, giornalisti allarmati, disturbati che s’ingrassano e talvolta si disperano. E non si vede la fine. Tutti gli stiracchiati e rassicuranti paragoni col ’29 sono da buttare: non ci sono precedenti, è chiaro. È questo mondo a non avere precedenti. E questo sistema economico non ha un futuro – una crescita illimitata all’interno di un luogo fisico limitato non è necessariamente meno utopistica di un comunismo qualsiasi –, ma siamo così intenti a rattopparlo che ancora non ce lo siamo detti apertamente.

Ha creato e diffuso libertà e diritti, ma è terribilmente iniquo e spietato. Ha prodotto YouTube, i fratelli Cohen, il sushi, le Olimpiadi, i voli low cost, ma non ha partorito una realistica alternativa a se stesso: è il suo più grande fallimento, e anche la principale conferma del suo essere, in fin dei conti, il meno peggio che abbiamo a disposizione. Eppure adesso è una matassa senza bandolo. Non c’è nessuno al mondo che abbia una soluzione. Non c’è proprio una soluzione. Siamo al volante di un’auto che non sappiamo guidare. Dovremmo cambiare il mondo, ma abbiamo smarrito lo scontrino.
Aspetta: ma ce lo siamo fatti fare lo scontrino?

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Il puzzo degli stranieri

2011/09/21 § 4 commenti

Di passaggio dalle parti del paese natìo, ho una bella idea per il pranzo e faccio un salto all’alimentari a comprare giusto un paio di cose. Pago e poi sguaino una busta di plastica che mi sono portato da casa, proprio quando la signora stava per darmene una nuova.

“Oh, bravo!”, mi fa.
La sua sorpresa non mi sorprende, ma la sua aperta approvazione sì. Anche gli altri clienti hanno sentito: la proprietaria apprezza chi si porta una busta da casa. Poi subito aggiunge: “T’hai preso il puzzo degli stranieri, eh?”
L’espressione suona un po’ strana, ma non c’è sarcasmo. C’è una sorta di ammirazione distante. Ho fatto qualcosa di buono ma alieno, e gli alieni di solito sono cattivi. O, quantomeno, puzzano.

Ripenso ai mesi che mi sono serviti, arrivato in Olanda, per imparare a prendere con me una busta per andare a far la spesa. Mesi per far diventare automatica l’equazione spesa = busta + soldi + chiavi, che adesso mi viene in mente senza sforzo quando mi accorgo che è finito il pane. Mi è sempre sembrata una cosa sensata, ma alla fine l’ho trasformata in abitudine più per conformismo che non per salvare ambiente o portafogli.

Rispondo: “Eh, dài, ma pian piano ci arriviamo anche noi.”
Lei lo prende come un auspicio, ma scuote la testa. Ha l’impressione che non cambi mai niente, probabilmente. E che quelle siano pratiche da forestieri e poco profumate. Invece la mia è proprio un’affermazione: ci arriviamo.

Era l’estate del 2005 e io ero appena tornato da sei mesi di Erasmus in Finlandia. Avevo rinverdito il repertorio di piccole mosse per salvare il mondo: mi ricordo che guidavo di meno e più piano, e prendevo più spesso la bici. Andai all’alimentari per giusto un paio di cose, tirai fuori la mia busta, fui scherzato: “Che pensavi che qui non ci s’avesse una busta?”
Ah, ah.
Anche gli altri clienti avevano sentito.

Oggi invece la proprietaria ha cambiato idea, anche se forse non se n’è accorta, e magari si sorprende pure, ma non scherza più; inoltre io ho imparato a portarmi la busta da casa. Credo sia soprattutto così che cambiano le cose: pian piano, mentre siamo impegnati a occuparci di tutt’altro. Di un buon pranzo, per esempio.

Peggio delle cavallette

2011/09/13 § 5 commenti

Quando ti trovi di fronte per la prima volta a un cestello di cavallette fritte, non ti resta altro che infilartene una in bocca il prima possibile. Il nostro background culturale ha dei tempi di reazione rapidi ma non rapidissimi, così, se si è veloci abbastanza, si ha la possibilità di anticipare la reazione disgustata che ci impone e permettere all’idea di cavalletta di arrivare dopo il sapore di cavalletta. Che, per dare un’idea, è una via di mezzo tra pollo e gamberetto. Mica male.

Non era previsto che ci fossero cavallette fritte per cena, ma l’ugandese A. le aveva ricevute da un suo amico e ce le aveva portate. Per tutta la serata ho continuato a sgranocchiarne una ogni tanto e, più che il buon sapore, mi godevo l’autocompiacimento del mangiare qualcosa di così alternativo. Era bello sentirsi di palato aperto.

C’è niente di più difficile da mangiare di un insetto? Magari qualcosa di vagamente paragonabile: un rettile, un mollusco, un aracnide, un anfibio. In fondo anche un’aragosta è orribile a pensarci. Ma cosa può esserci di più repellente? Niente, pensavo.

Poi l’ho chiesto ad A. e la risposta mi ha sorpreso: “Ma certo che c’è! È il gorgonzola.1 Io proprio non ci riesco a mangiare qualcosa con la muffa.”

Ha ragione. Dimenticatevi di tutto quello che avete mangiato nella vostra vita e ragionateci un attimo: la cavalletta ci fa schifo, è una creatura obbrobriosa e l’idea di mangiarla è rivoltante, ma dopo tutto è fresca, fritta, cotta; il gorgonzola invece è andato a male. Mettetela come vi pare, ma è andato a male. Per chi non lo conosce non è da mangiare: è da buttare.

Che poi sia buono è una questione, in questo caso, irrilevante. Questo è solo un bell’esempio di relativismo gastronomico. E anche un pensiero al quale aggrapparsi quando andremo in Cina meridionale ad assaggiare la zuppa di scorpioni.2

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1 A. conosce il gorgonzola, ma in realtà ha detto blue cheese.
2 Nello scrivere questo post mi sono imbattuto in non una, ma due top 10 dei cibi più disgustosi (casu marzu rulez). Consiglio di sbirciarle a stomaco vuoto e lontano dai pasti, dopodiché anche le cavallette fritte vi sembreranno invitanti.

Guida completa alla Serie A

2011/09/10 § 2 commenti

scritta con Saverio e Giovanni per il Post

Ieri sera è iniziato il campionato

coi postumi di uno sciopero che non era uno sciopero e della partenza di alcuni campioni, in cerca di denaro o fortuna: Eto’o, Pastore e Sanchez. Sullo sfondo, le mai sopite polemiche fra Inter e Juventus sullo “scudetto dei prescritti”. A dispetto di tutto, però, chi segue il calcio – ogni anno, puntuale – aspetta questo nuovo inizio. Con incomprensibile trepidazione. Ecco, perciò, una guida alla Serie A fatta come si deve: per parlare di acquisti e cessioni, consigliarne per il fantacalcio, e dare un voto alla vostra squadra.

Continua a leggere, Charles Bronson ti sta aspettando.

Un voto ponderato

2011/09/06 § 4 commenti

Venerdì mattina ho appreso che uno dei dieci candidati a Post dell’anno è questo qui, e l’ho scritto io.

La prima cosa a cui ho pensato non me la ricordo più, perché ero impegnato a saltare su e giù per la stanza e a reprimere le urla per non svegliare i vicini. Era molto presto.

La seconda cosa a cui ho pensato è meglio che non la riferisca, ma riguarda la decisione del Blogfest di annuciare i candidati durante un’estenuante diretta Twitter, e in particolare riguarda quel tweet che mi aveva lasciato incerto ed esterrefatto, avvisandomi che: “Per il miglior post i titoli sono troppo lunghi per entrare nei 140 caratteri di Twitter”. Però una cosa al volo va detta, e la voglio dire a te, esimio organizzatore del festival: capisco che hai passato tutto il giorno a contare voti e, se penso che hai dovuto affrontare la meschinità del mondo eliminando molte schede precompilate, ti sono anche umanamente vicino, ma ti rendi conto che non si può twittare una roba del genere? Che non si può comunicare i candidati di tutte le categorie tranne la mia ipotetica, allargando le braccia e dando la colpa ai limiti del mezzo di comunicazione che tu – tu! -, cordiale organizzatore, hai scelto per fare l’annuncio? Come se tu non avessi scelta. Come se Twitter fosse l’unica via. Come se fossimo ai tempi del telegrafo, dei segnali di fumo, dei messaggeri, dei messi (minuscolo), dei piccioni viaggiatori. Senza neppure fornire un orario o un luogo virtuale al quale appigliarci per avere notizie. Un “poi vi diciamo”. Lo capisci che non sta né in cielo né in terra? Eh?
Ho finito.

Che poi non è neanche vero che questa è la seconda cosa a cui ho pensato, era una scusa per lanciare lo strale. Ma andiamo avanti, che è meglio.

La terza cosa a cui ho pensato è stata: “Ora mi leggo tutti i miei rivali”, e poi, conseguentemente: “Cioè, ma tu, egregio organizzatore, per quale criminosa ragione non ci hai messo i link accanto ai nomi dei candidati?”

Però no, non m’interessa più, avrai avuto le tue ragioni. Rimedio io, li metto tutti qui, uno dopo l’altro, e lo faccio per voi, perché vi voglio bene, ché il copia-incolla è attività usurante come poche altre.

Candidati a miglior post o articolo – Macchianera Blog Awards 2011

 

Cinque anni fa – eddaje!

Donne da non frequentare – il deboscio

Il lodo Ligabue – Leonardo

Lettera a Gianna Nannini. Da Lia Celi – Vanity Blog

L’annosa questione della moschea di Sucate a Milano – 140 News Net

L’ombra di una legge – Filippo Facci per il Post

Non siamo malati – Leonardo

North by Northwest – Daniela Ranieri per Eudemonico

Pia Pisa – La Z di Zoro

Revolutionary Road – Fed-ex

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La quarta cosa a cui ho pensato è stata forse la prima degna di un certo rilievo. Mi son chiesto: “Mi voto?”
Mi son risposto di sì. Principalmente perché, dopo attento esame dei candidati, sono giunto a una conclusione miserevole: voterei per il mio post anche se non ne fossi l’autore. Il che non è neppure troppo strano, considerato che se ho scritto quel che ho scritto è perché evidentemente mi appassionava, e che se l’ho addirittura pubblicato è perché lo trovo bello. Però c’è dell’altro, e ora ve lo racconto e vi spiego perché non voterò per gli altri nove. Magari poi fate altrettanto, non si sa mai.

Non voto per il deboscio perché le donne che fanno teatro sono assolutamente da frequentare. Perché ho rispetto verso quelle che vomitano alle feste, e qualcosa in comune con quelle che leggono Benni.

Non voto per Daniela perché il suo bel post non mi ha preso. Mi ha dato l’impressione che stesse per iniziare da un momento all’altro, finché non è finito.

Non voto per Federico perché la fa troppo facile, anche se comunque quel finale è notevole.

Non voto per Leonardo, ma è difficile non votare per Leonardo, devo ammetterlo. Ha ben due candidati, e sono entrambi di valore. Quello con la Franca e Ligabue è più vero, l’altro è più profondo e originale. Non ce n’è uno nettamente migliore. Però questa doppia opzione mi rende inquieto. E se poi disperdessi il mio voto? Perché questa doppia scelta, Leonardo? Perché ci vuoi far sentire come chi votava comunista ai tempi di Diliberto e Bertinotti?

Non ho votato per Lia Celi perché, se si parla in un certo modo della Nannini, mi aspetto sempre di leggere gli indelebili versi “e allora accarezzo la mia solitudine/ed ognuno ha il suo corpo a cui sa cosa chiedere”, o comunque un richiamo a quel concetto. Invece niente, è una lettera sincera a metà. E poi perché il deboscio ha ragione: le donne che comprano Vanity Fair sono da non frequentare.

Il post su Sucate mi ingrigisce. Mi ricorda come gli spettacolosi giorni delle amministrative siano ormai politicamente distanti, sbiaditi, scorsi via come lacrime nella pioggia.

Pure Zoro mi fa quest’effetto. Forte Zoro, però. Anche se poi con Mastandrea e De Rossi so’ bboni tutti. C’è chi ci vincerebbe un Oscar e una Champions. Non so chi, ecco, ma so che non è Luis Enrique.

E infine c’è Facci. Facci no. Per piacere, Filippo Facci no. Sarò sincero: io preferisco un nono posto con lui decimo che piazzarmi sul podio con lui vincente. Arrivare dopo Facci mi darebbe un’amarezza intensissima. E poi guardatelo in faccia, a Facci. Vi sembra uno che potrebbe gioire di un’eventuale vittoria? A me no. Io credo che andrebbe a ritirare il premio ostentando fastidio, con quel suo tipico ghigno rovesciato, e direbbe due parole di fretta che vi farebbero sentire degli stronzi perché lo avete votato. Perderebbero tutti, sarebbe la sconfitta finale.

Quindi mi raccomando, votate con cautela.

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6 ottobre 2011
Grazie a tutti, ce l’abbiamo fatta: Facci is beaten!

Dove sono?

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