“Why is everything so beautiful?”

2014/10/12 § Lascia un commento

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Non deve sembrare una scelta. È la mossa principale, ma va fatta in un attimo: prendere il proprio posto nel minibus, pezzetto del puzzle che sta per comporsi e viaggiare per ore, scomodo, impaziente, troppo concentrato sulla destinazione, soprattutto all’inizio. Si butta la testa dentro, buenas tarde, più occhi addosso di quanto non sembri. Non bisogna esitare, quella decisione non ha peso, non è neppure una decisione, solo un meccanico collocarsi nel luogo logisitcamente più conveniente per noi e per tutti. Perché scegliere accanto a chi sedersi, o non sedersi, è giudicare una persona dalla copertina, e non si fa, anche se poi lo si fa sempre.

Nel dormitorio invece lo spazio non conta, lì la chiave è il tempo. Nel momento in cui entri c’è chi c’è e chi non c’è. Poi, una volta che sei dentro, c’è semprequalcun’altro che può entrare.

1/9 — VALLADOLID

Venti chilometri di hotel che ambiscono a Las Vegas senza averne l’arroganza: io me ne vado subito da qui, Cancún, e tu forse stavi meglio prima, nel 1970, quando eri solo acquitrini e mangrovie. Poi ho l’urgenza di mettermi della strada dietro, davanti ne ho tanta, soprattutto nella mia testa. Comunque ci rivediamo tra tre settimane, parte da qui anche il mio volo di ritorno.

Per essere la prima tappa messicana, Valladolid ha un nome troppo europeo, e invece sarà il luogo più simile all’immagine stereotipata che ho del Messico. Sole bianco a picco, case basse e colorate, strade strette e qualche sombrero. Niente mare, niente fiume, un cenote. Funziona così: nello Yucatan l’acqua non è in superficie, bensì sotto uno strato di terra e un altro di roccia. Se i due strati collassano – e da quelle parti è successo circa tremila volte, finora – si forma un cenote, cioè un laghetto interrato, spesso balneabile e illuminato dalla luce che filtra tra ciò che c’è sopra: quasi sempre la giungla, in questo caso Valladolid (e un’iguana).

Cenote valladolid

A sette chilometri da lì, meglio se fatti in bici, ce n’è un altro più bello e pulito. Mi tuffo, nuoto fino alla corda oltre la quale non si può andare, dice il cartello, e mi fermo a guardare quella meraviglia. Dopo venti secondi mi arriva la corda in testa. Protesto, mi giro verso il colpevole, è uno di Tivoli. “Ci sono già stato quindici anni fa qui, era molto meglio, più selvaggio; non c’era neanche, ‘sta corda”.

Cenote

In realtà la vera ragione per la quale sono a Valladolid è Chichén Itzá, sito Maya tra le sette meraviglie del mondo moderno. Dei Maya ce ne hanno parlato principalmente la professoressa di storia, Voyager e Repubblica.it, quindi io non li conosco per nulla, voi neppure, e non è nemmeno difficile da credere. Ma non posso certo raccontarvi dei Maya qui. Vi dico due cose, per ora: gli aggettivi che si usano in genere per qualunque civiltà antica – affascinante, misteriosa, ingegnosa – per i Maya vanno bene nel loro significato letterale; due: erano impallinati con l’astronomia, grazie alla quale decidevano anche la posizione e la struttura delle opere architettoniche, e con gli effetti ottici e acustici. Per esempio, dinanzi alla piramide di Kukulkan, sulla quale il sole disegna un serpente negli equinozi di primavera e autunno, una guida batte le mani, il suono rimbalza sui gradoni e ritorna che fa ku-kul-kan (serve fantasia, ma non molta).

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Non mi sembrano della mia specie. Queste due danesi torreggianti e indaffarate con oggetti posti un letto sopra e un letto accanto al mio non sono solo attraenti, sono più che altro distanti, come se ci fosse dello spazio tra di noi, uno stadio evolutivo.

E probabilmente questa è la cosa più razzista che abbia mai scritto (provate a sostituire danesi con ghanesi), ma forse è la spiegazione per l’immediata, sollevata familiarità che ho sentito quando è entrata Claire in quella stanza. Australiana, di Melbourne. Io stavo giusto andando a noleggiare un golf cart per fare un giro sull’altro lato dell’isola. “Vuoi venire con me?”

2/9 — SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS

A Campeche resto un pomeriggio per controllare se sia carina, e lo è, per vedere il Golfo del Messico, che in quel giorno di vento dal mare un po’ puzza, e per fotografare la statua della ragazza che si era innamorata di un pirata, poraccia.

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Poi prendo un autobus notturno che mi porti a San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, ed è già il terzo autobus di grande comfort che trovo in Messico. Me ne compiaccio fino a che non penso allo spostamento Reggio Calabria-Lecce che ho dovuto organizzare di recente (per ragioni inenarrabili) e un po’ mi incupisco. Sì, continuiamo pure a pensare che noi siamo l’Occidente e loro gli emergenti, è proprio questo l’approccio.

Sul bus c’è un ragazzo che aveva attirato la mia attenzione già da prima di partire, mentre salutava i familiari alla stazione: mi sembra che abbia qualcosa di me, del me di sei o sette anni fa. Durante la notte viene ammazzato dall’aria condizionata (la cosa più pericolosa del Messico, per quanto mi riguarda), la mattina gli offro un fazzoletto, ci mettiamo a parlare e in effetti ci intendiamo, com’era inspiegabilmente prevedibile. Si chiama Renato, appena laureato in cinematografia a Città del Messico, scende in Chiapas perché sta girando un corto sugli zapatisti e vuole chiedere loro di partecipare. Conosce e ama Antonioni, Fellini e Pasolini. Li conosce più di me, li ama più di me. Ha un approccio all’arte entusiasticamente politico, io gli presento a parole Gian Maria Volonté. Mi dice che l’energia vitale di una persona, dopo la morte, resta lì, e mi fa promettere di ringraziare Pasolini da parte sua, una volta che sarò tornato al Pigneto. Io gli propongo di andare a trovarlo con Nanni Moretti, intanto.

Pranziamo assieme in un locale decisamente zapatista, il TierrAdentro, parlando di indigeni e Chiapas, del Subcomandante Marcos che è stato appena “sostituito” dal Sub Galeano. Ci sono alcune curiose immagini e c’è anche una sbalorditiva bandierina dei No Tav. Io racconto a Renato di quanto i movimenti di protesta italiani si siano avvitati attorno al progetto di una ferrovia, di quanto mi appaia ridicolo. Mi sembra capire, si dice d’accordo. “Col tempo, le mie opinioni politiche sono cambiate, la mia visione è più complessa ed è più cauta, oggi. L’arte non è un mezzo per fare politica, secondo me dovresti ricordartelo, Renato.” Poi parliamo del coraggio che serve per creare qualcosa e condividerla con gli altri.

Ci diamo appuntamento per il tardo pomeriggio, facciamo un giro per San Cristóbal, case e chiese tra verdissime montagne, gente per strada, bar che hanno voglia di servire da bere e alzare gradualmente il volume. Beviamochelada – birra con ghiaccio, sale e succo di lime: ottima – e mezcal, continuando a raccontarci, poi rimediamo un taco di carne piccantissima, finiamo a vedere un concerto jazz, invitati da una trombettista polacca. La prima grande serata del viaggio, per me. Il giorno dopo ho un leggero mal di testa, un po’ di malinconia e molta voglia di andare in Guatemala.

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Le affido la mappa, così non sono l’unico impegnato in qualcosa. Guidare quell’affare è buffo e abbastanza semplice, l’isola così stretta che è impossibile perdersi, ma siamo comunque costretti a conoscerci e sintonizzarci senza potersi raccontare il consumato bignamino sul cosa facciamo, dove andiamo. Sbrogliamo situazioni, piuttosto; prendiamo decisioni, responsabilità. Sempre piccole, irrilevanti, non c’è niente che davvero dobbiamo fare in quel pomeriggio, lo tiene in moto la vaga idea di vedere una spiaggia nuova. Che non c’è, non si trova, o forse eccola, è privata, è un ristorante, un resort, accosto qui, vai a vedere.

Vieni, non c’è nessuno. Solo la spiaggia, tavolini chiusi, ombrelloni chiusi, un pontile proteso sul mare e una pioggia tropicale in arrivo. Sembra finto.

3/9 — ATITLAN

Ho voglia di andare in Guatemala perché spero in un posto che sia più incomprensibile e approssimativo del Messico. In parte è così, anche se dopo pochi giorni dovrò arrendermi all’idea di non sentirmi spaesato com’ero in India o in Marocco. Siamo dall’altra parte dell’oceano, ma si parla spagnolo, col quale mi arrangio sempre meglio, e si conoscono i dieci comandamenti.

Alla frontiera dobbiamo cambiare bus, autista e anche soldi, negoziando per strada il tasso di cambio con la mezza dozzina di personaggi che ci ronza intorno sfogliando mazzetti di quetzales, la moneta guatemalteca. Il quetzal è l’uccello sacro dei Maya e le sue piume venivano usate in alcune transazioni economiche già allora. Lì mi metto in affari con Jacopo e Silvia, una sorridente coppia di italiani con la quale proseguirò la chiacchierata anche sul nuovo bus che non arriva ad Antigua, come nei miei progetti, ma si ferma prima, a Panajachel, sul lago vulcanico di Atitlan. Meglio così.

Un vulcano è più che altro una metafora. È una montagna grazie alla quale è molto più facile tenere a mente che può finire tutto e subito. E che perciò, insomma, ecco, vedete un po’ voi. La mattina dopo Jacopo e Silvia – siamo stati a cena insieme, scoprendo di essere sullo stesso volo di ritorno – vanno come quasi tutti al celebratissimo mercato di Chicastenango, che pare imperdibile e che invece decido di perdermi (Matteo, quando mai ti è piaciuto un mercato?) per arrivare in punta alla Nariz del Indio e guardare i tre vulcani in faccia. Juan Carlos, la guida che mi accompagna, mi racconta che quando i conquistadores spagnoli arrivarono fino lì, il capo Maya decise di tramutarsi per protesta in questa montagna, che da allora è sacra.

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Quello che più mi ha sorpreso dei Maya è che esistano ancora. E non tristi e sconfitti come i pellerossa, ma vivi per davvero, conservando tradizioni, idiomi, miti. Lungo la strada per la Nariz vedo per la prima volta, dentro una piccola grotta, i resti del falò di una loro cerimonia. Le grotte per loro sono le porte per Xibalbá, l’inframundo. E mi fermo qui, sulla soglia, tanto mi pare intuibile quanto altro ci sia.

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Scendendo mi imbatto nel resto del mondo, che mi illudevo di aver confinato alle brevi connessioni wireless del mio smartphone. Duecento persone si stanno trasferendo da Israele a San Juan La Laguna, paesino sul lago di quattromila abitanti. C’è un’assemblea pubblica per discuterne ed è presente, mi dice Juan Carlos, anche un delegato del governo israeliano. I toni sono accesi, io non capisco niente, non parlano in spagnolo, ma mi sento il Mediterraneo ancora più vicino. Quel che succede a Gaza ha cambiato la vita di questo villaggio. Dopo dieci minuti già non ci penso più.

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Due camerieri al bancone del bar se ne stanno addirittura andando, ma ci danno l’occasione di non sentirci intrusi: due birre da bere in acqua. Prima una foto, mi chiede Claire. Il fotografo è uno a cui è offerto il diritto-dovere di guardarci per periodi lunghissimi, e io finalmente posso osservarla da un posto sicuro, con calma. Mi piace. Esibisce il sorriso da foto, è molto bello e naturale. Le persone che sanno sorridere, come fanno?

In acqua guardiamo il cielo farsi nero, anche quello è uno spettacolo. La pioggia non è violenta come sembra, presa da lì. I fulmini però cadono vicini. Sarebbe meglio tornare sotto l’ombrellone, ma Claire sta indicando una macchina del tempo, un tappeto elastico rotondo, di quelli con la rete intorno: immediatamente abbiamo undici anni.

4/9 — ANTIGUA

Antigua di metafore è piena, e vibra. Non si sa quante volte sia stata ricostruita, rammendata, quante volte abbia avuto solo – solo? – paura. Come se fosse nata in battaglia, non si preoccupa delle ferite né nasconde le cicatrici, le esibisce: palazzi diroccati che sono più belli così, chiese spezzate. Perché aggiustarsi i capelli, quando sai che presto cadrai ancora? Tieni viva la forza per rialzarti, piuttosto, e sii bellissima più che puoi, nel frattempo. Sbirciavo dentro alle finestre, entravo e uscivo dai caffè, dalle librerie, dai negozi: come si fa a essere così europei, qui? È “europeo” l’aggettivo giusto? È “occidentale” questo rilassante piacere per gli occhi e per la gola?

Antigua è l’unico luogo in cui ho accelerato il passo. Nessuno è al sicuro là, nessuno è tranquillo e nessuno è annoiato mai. In quella unica notte sono finito al Café No Sé con due spagnole, una dal viso splendido, a bere mezcalreposado – “il migliore che avete, grazie” – e a parlare della giornata appena spesa sul vulcano Pacaya, attivo e fumante a pochi chilometri da lì. Ce ne sono altri tre attorno alla città, costantemente visibili a tutti quelli che non vogliono dimenticarseli. Il Café No Sé, poi, è uno di quei posti contemporaneamente autentici e cool, una combinazione rara e ricercata anche a New York e a Berlino: scuro e caldo, scomodo e invitante, frequentato da persone che paiono interessanti anche solo per il fatto di essere lì.

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La mattina dopo era tiepida e grigia, c’era la banda della scuola che suonava per tutto il centro. Sarei voluto restare più a lungo.

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Ci baciamo, inevitabilmente. Ma non subito, prima saltiamo e ridiamo fino a stancarci, fino a tornare adulti. Poi la pioggia, il mare, il fiatone, l’adrenalina, la nostra totale solitudine: è così evidentemente straordinario e irripetibile che non ce lo siamo detti, ma sappiamo che entrambi vorremo dare e prendere il meglio l’uno dall’altra. Ha gli occhi di un grigio azzurro chiarissimo, contornati di nero. Un minuscolo brillante sulla narice destra. Il temporale è passato e non ce ne siamo accorti. Torniamo in acqua, liberi stavolta, senza niente da aspettare.

Facciamo i tuffi dal pontile, saliamo e scendiamo dalle barche ormeggiate, ogni tanto parliamo o ci guardiamo increduli. È un paradiso. Noi stessi siamo un pezzo del paradiso dell’altro. Quando è quasi buio decidiamo di andarcene e mentre percorriamo il pontile a ritroso ci viene incontro una donna, alta, elegante, capelli corti e chiari. Un’ospite di quel resort, probabilmente. Incrociandoci scambiamo un saluto educato, poi lei entra in acqua e noi arriviamo sulla sabbia.

5/9 — SEMUC CHAMPEY

Guardo i piedi del resto del gruppo e vedo scarpe e scarponi. I tedeschi indossano quelle da roccia. Io sono l’unico con le infradito e devo aver sbagliato qualcosa. Credevo andassimo a fare il bagno in delle piscine naturali. Ma ci sono anche delle grotte, pare. E la camminata fino al mirador, il punto panoramico. A proposito, l’hai portata l’acqua? Il mio piano era nuotarci, nell’acqua.

Andiamo con un fuoristrada scoperto, stiamo in piedi sul pianale aggrappati e appoggiati a un tubo di ferro centrale e a un altro quadrato che ci gira intorno all’altezza dello stomaco. Siamo in quindici. Più i due alla guida. Saliamo e scendiamo per una strada sterrata che taglia la giungla. La notte prima, al mio arrivo, non c’era una luce in tutta la valle e si poteva solo intuire la presenza della vegetazione, scrutando in tutto quel nero. Anche se non erano gli occhi a segnalarmi che là intorno c’era un che di più fitto e aggressivo rispetto a una normale foresta, era qualcos’altro, forse gli altri quattro sensi all’unisono. “Che differenza c’è tra una foresta e una giungla?”, avevo chiesto a Wellington, gestore e bartender del nostro ostello, mentre sedevo al bancone a bere e chiacchierare con Arj e Sophia, due giornalisti londinesi, e Christian, laureando di Monaco di Baviera. “È che nella giungla non c’è il wi-fi,” mi aveva risposto.

“Le grotte le fai come i Maya, e come me: a piedi nudi”, mi dice Eder, la nostra scattante guida, mentre mi piazza una candela bianca in mano. Io mi infilo le infradito nella tasca laterale del costume, non si sa mai. Entriamo uno dietro l’altro, sono tra gli ultimi, inizio misurando ogni movimento. C’è un po’ d’acqua, è fredda l’acqua, non si vede sotto, ci sarà sabbia? No, rocce. Stondate, per fortuna. È finita l’acqua, sono l’ultimo della fila ora. Mi giro indietro e vedo solo nero. Protendo il braccio con la candela: comunque solo nero. Riprendo la marcia, altra acqua, più alta, più fredda, sopra il ginocchio, mentre il fondale continua a scendere. Per evitare la prolungata sofferenza del freddo che sale lungo il corpo assieme al livello dell’acqua, mi immergo completamente per un paio di secondi. Christian è lì davanti, gli suggerisco la mia strategia, lui capisce, esegue e mi ringrazia. Un minuto dopo, mentre stiamo ormai nuotando, e chissà verso cosa, realizzo di aver fatto dono alla grotta delle infradito, galleggiate via dalla tasca mentre mi mettevo a mollo. Sono scalzo per tutto il giorno. “Come i Maya.” Daje.

Le grotte sono un parco acquatico naturale – tutta quella zona lo è, capiremo poi. Procediamo nella luce delle candele, risaliamo cascatelle con delle corde, scivoliamo tra stalattiti durissime. Arriviamo a una pozza profonda, dopo un’ora buona, e ci arrampichiamo su una parete, facciamo un tuffo, poi ritorniamo indietro per un’altra ora, fino alla luce: non c’è nessuno che non riporti quantomeno un taglietto sanguinante. Il mio, abbastanza interessante, è sul braccio sinistro, oltre a molti altri sulla suola dei piedi. Ma c’è un’altalena sul fiume, indica Eder, andiamo a tuffarci. E c’è un ponte alto almeno dieci metri, tuffiamoci anche da lì. Poi tutti sul fuoristrada, ché il pranzo è poco lontano. Fagioli neri, riso, pollo speziato, tortilla di mais: l’intera gastronomia guatemalteca.

Le piscine di Semuc Champey sono spettacolari sia dall’alto (Eder mi presta i suoi scarponcini per arrivare al mirador e, anche se gli ho lasciato una discreta mancia, mi sento ancora grato e debitore), sia da dentro. Vasche limpidissime di acqua dolce, una sopra l’altra in un misterioso terrazzamento spontaneo. Si possono fare tuffi, ci sono piccoli scivoli naturali, insenature che entrano ed escono da sotto la roccia, lasciando giusto lo spazio della testa per respirare. Tutto questo con un fiume impetuoso, fatto da tutt’altra acqua, che scorre sotto le piscine e tra due alte pareti di roccia coperte dalla prepotente vegetazione giunglesca che penzola, si protende verso di noi. Il giorno seguente Wellington ci racconterà che la prima vasca, quella più in alto, è inaccessibile perché maledetta: “Chi si tuffa non riemerge più”.

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Mentre torniamo, sempre in piedi sul retro del fuoristrada, discutiamo non solo di quanto sia stata straordinaria la giornata, ma di quanto sia stata pericolosa. Di quanto sia ancora pericolosa, visto che siamo a una presa sbagliata dal cadere giù dal veicolo. Di quanto quel che abbiamo fatto sarebbe impossibile in Europa, dove viviamo di permessi, protezioni, divieti, norme di sicurezza, procedure di emergenza, responsabilità civili e penali. Di quanto ogni rischio corso quel giorno fosse assolutamente individuale, e quindi, forse, una scelta legittima, oltre che libera. Non ci sono giuristi tra noi. Concludiamo, tutti d’accordo, che ogni norma di sicurezza, anche se giusta, ha un costo. Limita ciò che possiamo fare. E che non pagare il costo complessivo di molte tra queste limitazioni era stato bello.

Poi, quella sera, pare ci sia un party all’altro ostello, lo Zephyr. Vado con Arj, Sophia e Christian, arrivo e mi imbatto in Hugh.

Hugh era seduto accanto a me nel bus che ci ha portato da Antigua a lì. Avevamo parlato a lungo, quasi solo di viaggi e di India in particolare, c’era stato anche lui. Ma la cosa più interessante che mi aveva detto era: “Ho lasciato la mia ragazza.”

“Ah, mi spiace. Quando è successo?”

“Prima. Prima di salire sul bus. L’ho lasciata ad Antigua. Non funzionava più, così. Lei adesso torna a casa, io continuo.”

Lo avevo perso dopo l’arrivo, lo ritrovo la sera dopo, spettinato, cosparso di brillantini, con la camicia aperta e un bicchiere opaco mezzo pieno di un cocktail giallino, senza più il ghiaccio ormai sciolto. Racconta che quelli dell’ostello gli hanno offerto un lavoro, l’idea lo attira, sta pensando di accettare (a quel che so, al momento è ancora lì). Intorno a noi c’è la festa, una selva di hippie wannabes, fatti e sgargianti, troppo chiusi attorno ai loro tavoli, ai loro drink.

Il giorno dopo scopro la cura per l’hangover:

300g di yogurt magro

2 banane
1 mango
50g di granola
3 cucchiai di miele
1 amaca
1 giungla
1 camera d’aria di grosse dimensioni
1 birra fredda in lattina
1 placido fiume tropicale

Bisogna alzarsi dal letto e chiedere a Wellington di preparare la sua supercoppa di yogurt con frutta, miele e granola. Mangiare la supercoppa e stendersi sull’amaca, ideale per dormire da svegli ascoltando la giungla. Dopo un paio d’ore, avviarsi – meglio se in compagnia – verso il placido fiume tropicale, portando una birra e una camera d’aria a testa. Appoggiare la camera d’aria sull’acqua e posizionarsi con i glutei collocati al centro, la testa leggermente reclinata all’indietro, le gambe all’aria (il termine tecnico della posizione credo sia in panciolle). Dopo essersi posizionati correttamente sulla camera d’aria, aprire la birra. Lasciar fare alla corrente, per almeno un’ora. Se volete, alla fine della sessione potete aggiungere un tuffo dal ramo di un albero. Anche due. Poi basta che se no fa cafone.

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Un uomo dalla barba bianca e curata, pochi capelli e giusto qualche chilo di troppo compare dal buio e sorridendo ci chiede da dove veniamo. Sta bevendo champagne da un flûte , è molto più ispirato che sobrio. Australia, Italia: meraviglioso. Il suo inglese è fluente, eppure difficilissimo da capire. Adora Roma, l’ha vista tredici volte, e spiega a Claire che imparare l’italiano significa imparare l’amore. Anche il suo italiano è poco comprensibile, eppure non si interrompe, scorre continuo e inconsapevole dei suoi difetti. “Venite con me, voglio farvi sentire una cosa”, e già si è avviato sul pontile verso il mare, senza smettere di dare voce a quel flusso di pensieri, incontenibile.

“Idar! Idar! Vieni a nuotare con me!” urla la donna. Idar non la ascolta, ci chiede di lasciar perdere sua moglie, è molto più urgente quello che vuole dirci. “Ascoltate”, sussurra mentre indica con la mano aperta lo spazio di fronte a noi, l’ultimo chiarore del giorno riflesso dall’acqua e le luci della città, di là dal mare, a inscenare tutti i significati dell’idea di lontananza, “questo è il remanso. Un suono che tende al silenzio, un luogo dove si può parlare di ciò che importa. Qui è possibile.”

Ciò che non importa è chi siamo. Non ci dirà chi è lui, né vuole sapere chi siamo noi. “Chi sei è la prima cosa che ti insegnano quando vieni al mondo. Oooh, che bel bambino! Ma chi sei tu? Chi siete voi? Dovete scendere giù, tornare all’inizio di voi stessi, dimenticarvi di quello che sapete, avete, pensate, fino al niente totale e profondo: è da quel niente che potrete tornare su e conoscere tutto.”

6/9 — TIKAL

Tutti a Tikal, il sito Maya che all’alba risplende. Arj, Sophia e Christian hanno un altro bus, ma la strada è la stessa. Ci vediamo alla sosta per il pranzo, concordiamo. Io mi trovo seduto accanto a uno spilungone che ha finito i soldi ed è in cerca di un bancomat del quale non può esserci traccia fino all’arrivo, previsto per il pomeriggio. Sarà belga, danese, americano. “From Turin! And you?”

Si tratta di Filippo, ingegnere sfornato dal Politecnico, nonché rarissimo esemplare di italiano in viaggio per conto suo. Di solito preferisce girare in bici, ma ha un ginocchio messo male e questa volta gli tocca andare a piedi, quindi pure in autobus. “In bici non hai il finestrino, puoi vedere ovunque. Troppo meglio.”

Dopo circa tre ore di viaggio arriviamo a una lenta curva verso destra che gira intorno a un campo con due porte da calcio piantate ai lati; lì troviamo la strada interrotta da grosse assi di legno e altri oggetti accessori. Intorno ci sono delle persone, alcune hanno dei machete. Siamo il primo veicolo in quella lunga fila che si sta rapidamente formando dietro di noi. Del perché, del quando e del se ripartiremo, non sappiamo niente. L’autista spiega qualcosa riguardo alla costruzione di una diga che la gente del posto sta cercando di impedire. Ci viene detto di restare sul bus, mezz’ora dopo non c’è veicolo che non sia vuoto. Tocca aspettare e io ho con me lo strumento risolutivo per questo genere di situazioni: delle carte napoletane. Prendo Filippo, coinvolgiamo due inglesi, entrambi con la camicia a quadri, e iniziamo una scopa seduti sul ciglio della strada. È un gioco molto facile da imparare e dopo pochi minuti ci stiamo già sfottendo e divertendo, soprattutto i due neofiti. Intorno si è formato un capannello di guatemaltechi che ci osserva, in piedi, cercando di dissimulare una curiosità piuttosto notevole. Vado matto per queste scene.

Fino a che ci invitano a tornare in fretta sul bus: sta arrivando la polizia. Ma è un falso allarme. Passano due ore in cui cerco di capire qualcosa in più sull’accaduto – la versione più accreditata: dei contadini hanno acquistato un terreno non edificabile sul quale vogliono costruire lo stesso, e bloccare la strada è una prova di forza –, gioco a calcio con bambini, adulti e turisti – uno con la maglia blanca di James ha rimediato un pallone sgonfio – e soprattutto avvio, su costante stimolo di Filippo, un tiratissimo negoziato con un tipo che ha un minibus dall’altra parte del blocco. Conosce una strada alternativa, a quanto sembra. È pericolosa, sostiene il nostro autista quando gli chiediamo un parere. Vuole relativamente un sacco di soldi. Ne proponiamo la metà, poi prendiamo tempo. Torna a cercarci, vuole forzare una decisione. Se aprono il blocco gli salta l’affare. C’è scarsa fiducia da parte del gruppetto di turisti che dovrebbe ipoteticamente andare a riempirgli il veicolo. Lui la percepisce. Chiedo ancora meno soldi e un’ora di tempo per dargli una risposta. Filippo guida il fronte del sì e fa proseliti. Ma la polizia arriva davvero e tutti tornano di corsa all’interno dei loro mezzi. In pochi secondi attorno a noi giunge un centinaio di agenti, a piedi o su qualche fuoristrada, con fucili, molti manganelli e altrettanti bastoni che sembrano raccolti sul momento.

Caricano verso il blocco, lo raggiungono e lo rimuovono mentre dalla collina sovrastante gli arrivano addosso dei sassi. Rispondono con dei lacrimogeni e, presumibilmente, con dei colpi di fucile. Il mio bus inizia una retromarcia tanto urgente quanto improbabile, data la fila alle nostre spalle. Dentro iniziamo a sentire l’odore irritante del gas che penetra nonostante i finestrini serrati. I non pochi israeliani presenti sono i primi a coprirsi il volto con la maglietta o qualche benda. Intanto gli agenti continuano a superarci e confluire verso il luogo dello scontro in campo aperto, uno di loro trasporta un barile di esplosivo a spalla. Finalmente la via è libera, si passa in fretta e ben presto ci dobbiamo fermare ancora perché c’è un secondo blocco. La battaglia lì sembra più feroce, anche se stavolta siamo fortunatamente lontani. Si vede il fumo, si sentono gli spari. Il nostro autista fa inversione e trova un luogo dove accostare. L’esito dello scontro è incerto, dobbiamo aspettare.

No, non è aria. Altre macchine tornano indietro e ci consigliano di togliere il disturbo. Dopo qualche minuto ci convinciamo anche noi. Intanto torniamo a Cobán, la città più vicina, e poi vediamo. L’indomani, trovata una connessione, leggerò degli scontri: 3 contadini uccisi, 8 poliziotti presi in ostaggio, numerosi feriti. La prima pagina di Nuestro Diario, il quotidiano più diffuso in Guatemala (soprannominato Muerto Diario per la frequenza con la quale apre sui decessi che avvengono nel Paese), è questa.

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Dopo un tempo enorme, ormai è buio, ritorniamo dal pontile verso la spiaggia.

Lo stream of consciousness di Idar è indescrivibile. Frasi a metà, o comprensibili a metà, e le parole che era possibile capire avevano spesso più di un significato, nessuno dei quali immediato. Ma nei rari casi in cui riusciva a dare forma verbale compiuta ai suoi pensieri fondamentali, era straordinario. Straordinario anche per il modo in cui ci parlava, il suo essere completamente, felicemente lì con noi. Straordinaria l’ambizione che aveva nel volerci parlare di tutto.

“Ragazzi è raro parlare di tutto. Ma sapete qual è la prima cosa avete capito da quando siete al mondo? La primissima, prima di realizzarne qualunque altra avete compreso quella: che siete un’unità. Non siete un insieme di più cose, siete una cosa sola. E di fronte invece avete una moltitudine di cose, è questo che avete dedotto. Ma non è così, anche ciò che vedete è un’unità, un’altra unità.”

Poi dà come un ordine: “Venite a vedere casa mia.” Lo seguiamo lungo una rampetta di scale in legno scuro, ci fermiamo in cima, “guardate le stelle. Non una per volta, non a gruppi, non a costellazioni. Cercate di guardarle tutte assieme, di concepirle tutte assieme: sono una cosa sola.”

7/9 — TIKAL, Tentativo #2

Molti scelgono di restare a Cobán per la notte. Per andare a Flores, la cittadina dalla quale potremo poi visitare Tikal, è necessario fare un’altra strada che dura 12 ore. L’arrivo è previsto per le 5 del mattino e sul minibus restiamo in sei: io, Filippo e quattro sudditi di Her Majesty the Queen, i due nostri compagni di scopa e due ragazze. Una notte senza comfort né sonno. La prima persona che vedo appena scendo a Flores, rimbambito, alle 5.30, davanti all’ostello che mi avevano consigliato, è un tizio che vuole prenotarmi una stanza. Per quella notte. Sconvolto dalla sua audacia, indicando a due mani il tenue chiarore del cielo come Kakà dopo un gol, gli urlo “¡¡¡ESTA NOCHE ESTÁ TERMINADA!!!” e faccio per andarmene, lui rielabora l’offerta proponendomi la notte successiva, un biglietto per Tikal alle 12.30 e uno per il Belize il giorno dopo. Lo maledico, e poi accetto.

Non solo i Maya esistono ancora, ma le loro città sono state praticamente tutte scoperte, ripulite e studiate solamente negli ultimi due secoli (e continuiamo a trovarne di nuove). Tikal l’hanno ritrovata nel 1848, ovviamente sommersa di piante, uccelli e scimmie in gran parte presenti ancor’oggi, ma i lavori e gli studi più importanti sono stati fatti grazie a un gruppo di archeologi dell’università della Pennsylvania, che hanno poi dovuto interrompere per via della guerra civile nel Paese. Il padre della nostra guida collaborava con loro, mentre sua madre, ancora oggi, pratica cerimonie Maya. Riceviamo una lezione di quattro ore che unisce una prospettiva scientifica a delle digressioni astrologiche e mitologiche. Ripeto: non ha senso riportarla qui, ma è un mondo davvero interessante.

Il valore aggiunto di Tikal è la vista dal Tempio IV. Per chi vive tutta la vita sovrastato dalla vegetazione, riuscire un giorno, dopo anni di lavoro collettivo, a superarla, a vederla dall’alto, deve essere stato uno po’ come per Truman uscire dallo show. Dalla cima del Tempio IV si vedono gli altri edifici della città che spuntano tra gli alberi, e poi nient’altro se non verde fitto e cielo. Il mondo è una giungla e noi ne siamo fuori. E non c’è silenzio, non c’è mai. C’erano circa trenta persone lassù con me e nessuna parlava, spontaneamente, per poter ascoltare l’insieme di suoni che uscivano da sotto quel tappeto scuro.

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Tramontato il sole, attraversiamo di nuovo Tikal con la luce delle torce e della luna. La sera mi fermo a cenare sulla riva del Petén Itzá, il lago che circonda Flores facendone praticamente una città isola. Sono con Filippo e il ritrovato Christian, ai quali si è aggiunta una bella coppia dell’isola di Terranova, un pezzo di Canada più vicino all’Irlanda che a Vancouver. Lei, Janna, sta per finire gli studi e diventare avvocato; lui, Romesh, suona il violoncello negli Hey Rosetta!, questi qui.

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La casa di Idar inizia con un patio sorretto da colonne in legno scolpito e levigato che sembrano i tronchi sottili di piccoli alberi neri: scendono sotto il pavimento, fino al terreno. Escluse le decine di inclassificabili oggetti appoggiati su ogni piano orizzontale, tutto è ligneo ed evocativo. Altre colonne, più grandi e inutili, sono decorate da figure di uomo e di donna i cui organi genitali si sviluppano e dipanano in serpenti. Una livida tartaruga marina, imbalsamata accanto al teschio di un animale dal naso allungato simile alla maschera di Pulcinella, guarda verso la scrivania bassa, massiccia, a cui fa da guardaspalle la parte anteriore di una barca a remi, quasi grigia da quanto è vecchia. Sotto al piano del tavolino di vetro, ornato d’oro, sono riposti antichi, consumati attrezzi da navigazione. Una scacchiera, due amache, e poi il bordo del nostro patio, avamposto sul mare, sulla vegetazione, su Cancún, segnato da una collezione di quelli che sembrano essere bastoni da passeggio e da una dozzina di damigiane trasparenti ripiene di monete, migliaia e migliaia, innumerevoli pesos fuori corso. A fianco alla porta scorrevole da cui si accede alla casa, un cassettone. Sopra, due foto. Nella prima, luminosa, in bianco e nero, Idar discorre davanti a una finestra con quello che definirei un regista, dovessi indovinare. Ma è la seconda, a colori, che colpisce: sempre Idar, un Idar di circa dieci anni prima, in piedi davanti a un portale, cinge col braccio sinistro Salma Hayek, col destro Penélope Cruz. Entrambe guardano l’obiettivo come se ci tenessero a venire bene.

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“A questo tavolo erano sedute persone molto importanti questo pomeriggio”, ci informa en passant, mentre ci versa del vino rosso. E mi ritorna in mente che, entrando col golf cart, avevamo incrociato una volante della polizia, ma non lo dico. “Questo presidente devo dire che non mi dispiace. Non l’ho appoggiato, lo ammento. Ma sta facendo cose buone.”

8/9 — CAYE CAULKER

Il Belize è un posto in cui certamente non si è perso troppo tempo a scegliere i nomi: la moneta si chiama Belize, il fiume maggiore Belize, la città principale, e capoluogo del distretto del Belize, Belize. Io lo attraverso in poche ore, mi butto su di una barca diretta a Caye Caulker con la consapevolezza che il mio periodo in Belize, quello vero, fatto di terraferma, è probabilmente già finito per sempre.

Caye Caulker è un’isoletta sottilissima dove a un certo punto trovi anche uno tipo Terry che griglia come se fosse in trance, per strada e senza vergogna. E che sulla sua lavagnetta ha scritto una irresistible filastrocca in climax ascendente: GARLIC BUTTER LEMON LOBSTER. Quando la vedo, ed è lì da sola, già dorata, che sfrigola a 25 belizes (9€), capisco che è mia. Non avevo mai mangiato aragosta, né ero mai stato ai Caraibi. Faccio doppietta nel giro di due ore, con quell’acqua lì davanti che mi aspetta. Che cos’è il lusso, se non quello? Ma costa poco, del lusso gli manca lo status, il simbolismo.

Terry

Christian sa di un tour, gliene hanno parlato bene. È proprio un compagnone Christian. Facciamo più o meno lo stesso giro, lui sa esserci e non esserci, felice della compagnia senza averne il bisogno. E poi mi ha proposto il Paps tour che è stato una meraviglia.

Abbronzato, atletico ma non asciuttissimo, bassino e con occhiali alla moda che indossa più che può sopra gli occhietti piccoli, Paps è un bullo locale che si sforza di non schernire troppo i suoi clienti, mentre li porta a giro per il mare come se fosse il suo. Ci viene a prelevare all’ostello direttamente in barca, ci sgancia a una pompa di carburante, umilia un gringo che credeva di avergli chiuso l’accesso al mare, passa da casa un attimo a prendere una cosa e torna con una spettacolare brunetta in shorts che si presenta: “Frida. Da Stoccolma”, il che chiaramente già non ha senso, ma poi “She’s my wife”, aggiunge Paps, il quale sta rapidamente abbandonando l’inglese per il creolo beliziano, sempre quasi inglese, solo smussato dalla coolness caraibica. Frida non smentisce né conferma, Paps sta svuotando un sigaro aromatizzato al cacao per mischiarne il tabacco con dell’erba. E poi Yolo, uno Snoop Dogg di un metro e sessanta con un berretto che afferma YOLO, acronimo di You Only Live Once. Siccome tutti lo chiamano Yolo, io mi domando se sia venuto prima il nome o il cappello, mentre ormai stiamo solcando i mari verso la barriera corallina.

Tempo un’ora e Paps ci sta illustrando il funzionamento di un arbalete, praticamente una balestra subacquea che prima di controllare su Wikipedia avrei chiamato fiocina. “Guys, you gonna go fishin’”.

Seguo la dimostrazione come se non mi riguardasse. Sono troppo rilassato e contemplativo per maneggiare frecce metalliche ed elastici fluo: “You’re a pussy”, prova a scuotermi Paps. Ma anche se qualcuno mi garantisse l’incolumità mia e di tutto l’equipaggio, c’è che a me l’idea di infilzare un pesce non convince; l’idea di ucciderlo in acqua, fuoricasa, mi crea ulteriore disagio. “You’re not a killer,” rincara Paps da un mondo la cui scala sociale vede i killer ben al di sopra delle pussy. La verità – ed è una problematica verità, dato che lì in mezzo al mare la mia vita giace nelle sue mani – è che Paps mi sta sui coglioni. Descrivendolo, qui sopra, sono stato molto tentanto dall’indugiare nello sberleffo. E neanche a lui io piaccio, non mi capisce. Mi ha già detto due cose inaccettabili senza ottenere una reazione. “Non ho abbastanza fame per essere un killer, Paps” rispondo alla fine, prima di buttarmi in acqua e perdermi nel caleidoscopio della barriera corallina. Quanti bei pesci. Tranquilli, non vi uccido. A quello ci sta pensando Yolo. Io vi guardo solamente, adesso. E poi, stasera, vi mangio.

Non sto a raccontarvi di squali nutrici, mante, tartarughe e barracuda, perché il maledetto Paps possiede una stramaledetta isola privata a largo di Caye Caulker, una mandorla di cento metri per trenta che mi fa impazzire. Il mare, il tramonto, le stelle, certo, ma c’è di più: la sensazione, inedita per me, di conoscere tutti gli abitanti del pezzo di terra sul quale appoggio i piedi. Non c’è nessun altro, il mondo è tutto lì adesso. Ogni occhiata in giro è un censimento. Viviamo vite in cui la possibilità di imbattersi o essere avvicinati da uno sconosciuto esiste sempre, non importa quanto sperduto e spopolato è il luogo in cui si è deciso di abitare, o rifugiarsi. Anche nella nostra più intima solitudine, c’è sempre una porta alla quale qualcuno può bussare. Siamo abituati all’idea, non ce ne rendiamo conto. Ma sull’isola di Paps quella porta non c’è. Non ci sono sconosciuti. Tutto è così semplice. Perfino stupendo, per qualche ora.

Paps' Island

Il giorno dopo parto per l’ultima tappa, un’altra isola, davanti a Cancún. L’unico ostello non aveva più stanze private, mi sono preso un letto in dormitorio.

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“Sapete qual è la prima domanda che ho fatto a mia madre?”

Sono ore che Idar è intento nel suo monologo, la sua ispirazione sembra stia sempre per arrivare a un culmine, poi uno strappo, un sorso, e sale più su. E ancora una volta ci dice di una prima volta, ritorna bambino, alla casella di partenza.

“Why is everything so beautiful?”

“E lei? Lei si è messa a ridere.”

“E dopo, un’altra domanda: and why is it for free?”

“Because it’s happening, Idar.”

Sono ore che ascolto Idar, la mia attenzione sembra stia sempre per cadere, poi uno strappo, un sorso, e resta lì in alto. La battaglia più grande, però, l’ho vinta contro il mio senso critico, faticosamente ammutolito per poter ricevere quelle parole, qualunque cosa fossero, senza smontarle via via che mi venivano offerte.

A un certo punto finisce, naturalmente. Salutiamo Idar e tutto il suo immaginario  del quale non sono riuscito a ricostruire che qualche frammento  come se ci fossimo semplicemente fermati per un caffé. Anche Claire è stanca e possiamo permetterci di essere taciturni e scazzati, adesso: abbiamo passato una giornata indimenticabile, significa che non ci dimenticheremo.

9/9 — ISLA MUJERES

La mattina dopo cerco di rallentare l’andamento del tempo: è il mio ultimo giorno. Vado a sbattermi sulla Playa Norte, la candida, splendida spiaggia di Isla Mujeres, a pochi passi dall’ostello, e resto in acqua a galleggiare. Il pensiero va continuamente alla sera prima, così irreale da aver bisogno di essere ricordata nei dettagli per non essere scambiata con un sogno.

Claire è andata a vedere gli squali balena, un tour che io ho già fatto il giorno precedente. Un circo, più che altro. Decine di barche assiepate attorno a questi enormi pesci, alcuni chilometri a largo della costa. I turisti scendono a turni, massimo due per barca, e restano in acqua circa cinque minuti nei quali tentano di nuotare al fianco degli squali. Poi risalgono e via con un altro paio. Tre tuffi a testa, in totale. Gli animali sono impressionanti, la baracconata costruita per vederli ancora di più: presto se ne andranno da lì e questo miope business sparirà come merita.

Nel caldissimo primo pomeriggio mi faccio un caffè, una birra e tre tacos in riva al mare ma all’ombra, guardando il ritorno della Supercoppa di Spagna. Incontro Claire sulla strada per il mio ultimo bagno. Ero sicuro che ci saremmo ritrovati. Non che ci stessimo cercando, semplicemente nessuno dei due si sarebbe allontanato troppo dallo spazio tra la spiaggia e la nostra camera. Sono di nuovo in acqua con lei, al tramonto, in un cazzo di idillio caraibico. Mi chiedo se mi meriti tutto questo.

Con Claire siamo più vicini adesso, condividere quelle ore di sorprese e privilegi ha colmato molte delle nostre distanze, che c’erano, ci sono, ci dovranno pur essere, da qualche parte, se solo qualcuno le cercasse. Cala il sole e noi siamo ancora lì, a differenza di tutti voi altri che chissà dov’eravate. Un ristorante, il Sunset Grill, con un unico tavolo collocato sulla sabbia, a tre metri dall’acqua, illuminato da sotto di un’accogliente luce arancione, calda come un abat-jour, come un angolo di Roma. È per due, è libero, costa dieci euro: e facciamola questa follia. C’è un sassofonista che suona Can’t help falling in love e altre cose struggenti: “Potete ballare, se volete”. Non balliamo, ci guardiamo, ci viene da sorridere: anche cadessero petali di rosa dal cielo, non ne saremmo sorpresi. Siamo vittime privilegiate di una perfezione inverosimile. E la perfezione è inverosimile. Quando finalmente accade qualcosa di stonato, ovvero io che stendo le gambe sotto al tavolo e mi ustiono malamente con la lampadina arancione, la bellezza comunque aumenta: vado a mettermi il mare fin sopra le ginocchia, portando con me il bicchiere di vino bianco. Claire mi raggiunge, brindiamo, ci stringiamo. “How good is this?”, mi chiede, una domanda retorica. Nei film, i momenti paradisiaci hanno sempre una loro funzione nella storia. Perché i film non sono scritti per i personaggi, ma per chi li guarda. I personaggi, della storia ne farebbero volentieri a meno. Anche a loro basterebbe il paradiso. E la nostra non è una storia, è un fermo immagine.

Sazio di cibo, brillo di vino, mi avvio con Claire verso la mia ultima notte, come incantato. Da lì al mattino sarà solo leggerezza, benedetta leggerezza.

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10 — ROMA, Epilogo

Non so resistere alla tentazione di tirare fuori qualcosa di significativo da questo che, in fondo, è stato solamente un viaggio. Non voglio sminuirlo, i viaggi sono strepitosi, è solo che un senso non ce l’hanno, un po’ come quasi tutto. E nel momento in cui lo trovi tu questo senso, e lo racconti, stai già ingannando qualcuno.

Eppure la scena del piccolo Idar che usa il punto interrogativo per la prima volta in vita sua, e lo piazza in fondo a “Why is everything so beautiful?” — è davvero una domanda da bambino — credo che abbia con sé qualcosa da conservare. La domanda, scritta qui, non ha la forza che le hanno dato Idar e quel contesto irreale. Solo che mi è rimasta in testa fino a oggi, e io le ho fatto spazio, può restare quanto vuole. L’ho solo scomposta, nel frattempo. La lascio qui, magari è un buon punto di partenza.

Beautiful. L’idea del bello, del meraviglioso, dopo un viaggio del genere la si ha ben presente.

Everything. Questa bellezza è di ogni cosa? Ovviamente la bellezza non è nelle cose, ma in noi che la sentiamo. Quindi sì, è dovunque, dovunque la si riesca a trovare.

So. Non il bello, ma il così tanto bello. Di una bellezza trascendente, che ci sposta, ci sbilancia; ci dà un senso di sopraffazione, di inadeguatezza. In noi, ma più grande di noi: la bellezza ci fa intuire che siamo più grandi di quello che pensiamo. Anche se poi ne dubitiamo. Davvero me la merito? Questa sì che è una domanda stupida.

Why. Idar, non so se adesso lo voglio sapere. Neanche tu lo sai e mi sembravi felice di poterti ancora porre la tua prima domanda. Forse neanche tua madre voleva la risposta. Forse è per questo che si è messa a ridere.

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