Viaggiare non è mai stato così facile

2012/09/10 § Lascia un commento

“Il tempo minimo raccomandato per la coincidenza con il suo volo è di 90,00 minuti”. Avremmo dovuto capirlo da quel virgola doppio zero che si aveva a che fare con gente strana e non c’era da stare tranquilli. Non che qualcuno fosse tranquillo, tutt’altro. Ne avevamo 95 di minuti e c’era da cambiare terminal a Heathrow, una specie di metropoli sorta attorno a piste per velivoli aerei, popolata per il sessanta percento da gente che ha perso la coincidenza, per il quindici da facchini e per il venticinque da bagagli smarriti. E quindi quelli di Expedia sarebbero dei criminali solo per il fatto di mettere a disposizione un volo Roma-San Francisco-scalo a Londra con connection time di 95 minuti, ma la loro malvagità è tale che, a precisa e preoccupata domanda, rispondono quel novanta virgola doppio zero, un tempo che si è rivelato poi totalmente insufficiente.

C’è però da dire che Alitalia e Virgin non hanno fatto niente per semplificarci la vita. I primi, al cui nome ogni operatore aeroportuale internazionale si oscura in volto, sono atterrati nella città natale di Henry Charles Albert David Mountbatten-Windsor con venti minuti di ritardo dovuti al fatto che il pilota doveva fare colazione, si presume; venti minuti che ci hanno gettato nel panico e salvato il culo. I secondi non si sono neppure sforzati di provare a trasferire i nostri bagagli sul loro volo, ci hanno chiuso il check-in sulla faccia invitandoci poco cordialmente a presentarsi tre ore prima della partenza, la prossima volta. Tre ore: avesse tutto quel tempo da perdere, la gente negli Stati Uniti ci andrebbe in nave.

Così siamo andati al desk londinese di Alitalia con le lacrime agli occhi e il cappello in mano, pronti a mendicare qualsiasi cosa ci consentisse di traversare l’Atlantico. Assieme a noi, l’insopportabile compagnia di un uomo che aveva perso la calma e insultava tutti quelli che avrebbero potuto aiutarlo. E che ci ansimava sul collo.

“Ragazzi, noi avremo pure fatto tardi, ma questo volo ve l’hanno venduto per errore. Non c’era tempo, era underconnected”, ci dice Sergio di Alitalia. A quel punto sento chiaramente il rumore di un enorme barile che da un jumbo tricolore sta per essere scaricato sui criminali di Expedia. I quali, sicuramente, sicuramente, hanno messo clausole meravigliose nei terms and conditions, declinando qualunque responsabilità su tutte le combinazioni di eventi possibili in ogni universo parallelo. “Forse non sono poi così male queste Paralimpiadi”, pensiamo.

Invece no, Sergio cerca un altro volo per noi, perché il ritardo comunque l’hanno fatto. Stampa dei biglietti con dei macchinari postbellici. Ci spedisce al check-in di un volo della United. “Fate in fretta, è l’ultimo volo di oggi”.

Ci scapicolliamo. Al check-in ci sorridono e preannunciano l’America, poi realizzano che c’è un problema: Sergio ci ha messo su un volo pieno. Abbiamo i biglietti, non i posti.

“Chi vi ha dato questi biglietti?”

“Alitalia”, e vediamo i loro volti rabbuiarsi.

“Sergio carissimo, non è mica un tram, è un cazzo di volo per San Francisco”, gli avremmo detto se non ci avesse raggiunto l’uomo che ha perso la testa sputando insulti tra un respiro catarroso e l’altro. Sta per svenire, ma la sua rabbia non smette di montare. Sergio lo prega di lasciarlo lavorare, ma con la storia dei biglietti a vuoto ha perso credibilità. A quel punto facciamo muro noi, tra Sergio e il vulcano di catarro, e cerchiamo di riportare la calma nonostante tutto. C’è ancora un volo per Newark, pare, e da lì uno interno per Frisco. Sempre con la United. Stavolta i biglietti ce li facciamo stampare da loro, così decide Sergio. Eccoli, ci siamo, manca solo quello di M., forza, digita, inserisci i dati, dài, non fare quella faccia, che c’è?, perché miri lo schermo dubbioso, o giovane operatore anglosassone?

“Il suo visto non va bene”, dichiara senza la minima empatia.

“E perché?”

“Il sistema non lo dice. Semplicemente non accetta il visto.”

Ci guardiamo per qualche secondo, molti di noi hanno gli occhi a palla. M. è chiaramente vittima sacrificale sull’altare della sicurezza nazionale appaltata ai tecnoburocrati. Il catarro ansima. Sergio prende noi tre, lasciando M. indietro. “Venite, almeno voi. Lui vi raggiunge domani. Spero”. M. ci guarda perduto, il suo volto a forma di marca da bollo da 14.62, rimpicciolendosi fino a svanire.

Siamo sotto shock fino a Newark: povero M., poveri noi; chissà come faremo senza di lui, chissà cosa farà lui, chissà se faremo comunque il coast to coast o ridimensioneremo le ambizioni in segno di lutto. Finché ci rendiamo conto che anche quella concidenza ha tempi orribilmente stretti. C’è grande tensione, a Newark. Come gazzelle all’alba africana, appena atterrati iniziamo a correre. Non ce la faremo mai. Arriviamo al gate stravolti, il volo è in ritardo, il sollievo enorme, la sudorazione apocalittica. Cado in ginocchio ed esulto a pugni chiusi mentre tutti mi guardano e il tipo del desk invita alla serenità e al riposo, ché ce n’è evidentemente bisogno.

Intanto M. ci fa sapere che il suo inferno è peggiore del previsto: l’hanno messo in albergo col vulcanico ansimante. Ha rifatto il visto online e conoscerà il suo destino mentre noi saremo in volo. Significa che appena potremo accendere i telefoni sapremo se colui che, tra le altre cose, ha prenotato la macchina a San Francisco, sarà anche autorizzato a ritirarla.

Il volo è stressante. Io me la prendo con R. per via del suo tono di voce palesemente inappropriato, lui si stizzisce, io torno al mio posto per evitare piazzate e lì rimango fino a che atterriamo all’una di notte di sabato, ora locale, non proprio freschissimi. Quando eravamo partiti, in California era ancora giovedì: il secondo viaggio più lungo della mia vita (iniziato di venerdì 17, ma avevamo deciso di ignorare il dettaglio, dato che la scaramanzia porta sfiga, ormai lo sanno tutti). Arriva il messaggio di M. ed è giubilo: l’han fatto partire.

La nostra gioia dura fino al ritiro bagagli, che ci vede prevedibilmente sconfitti, ci mancherebbe. Dopo alcuni preoccupanti minuti in cui fissiamo in silenzio il nastro vuoto che scorre, ci rechiamo al baggage claim per riportare il disservizio. Ci viene consegnato un survival kit incredibilmente ecofriendly: sacchetto di carta riciclata, quasi tutto il contenuto è fatto in Plastarch Material, “a biodegradable thermoplastic resin substance”, così recita la scritta stampata con inchiostro di soia; il dentifricio è fatto in India, la mentina in Spagna, tutto il resto in Cina, inclusi il rasoio e il lucido da scarpe. Quello che servirebbe, in realtà, è un maglione, poiché l’estate della Frisco Bay, di notte, va a dormire in Messico.

Da lì in poi va quasi tutto bene. Sabato pomeriggio ci raggiunge finalmente anche M., domenica mattina i nostri bagagli, domenica sera anche quello di M. (ché mica poteva davvero arrivare con lui).

Tutto ciò ha un’adorabile coda durante il ritorno, che vede M. promosso insbiegabilamente in prima classe sul primo volo e con una doppia prenotazione per il secondo (l’uomo del desk Alitalia va in panne anche in quel caso, e ci lascia partire dopo venti minuti di telefonate e dieci di spiegazioni che né abbiamo chiesto, né ci possono in alcun modo interessare, ormai), mentre a me, semplicemente, non arriva il bagaglio a Roma, li mortacci loro, e resto a guardare in silenzio il nastro che scorre con un insopprimibile ghigno sbilenco.

“Arriva stasera, domani lo consegnamo al suo indirizzo”, mi dicono. E invece domani niente, allora chiamo e li prego di non portarmelo di venerdì mattina, ché non ci sono. “Non c’è problema”.

Infatti venerdì mattina mi chiama un facchino che mi dice “sto qua sotto casa sua, mi apre?”

“Guardi, avevo lasciato detto di…”

“Non mi hanno lasciato detto un cazzo.”

“Eh, che le devo dire, mi dispiace, di solito sono così efficienti.”

“Vedo di farglielo portare domani pomeriggio.”

“Molto gentile.”

Così mi è arrivato sabato, dopo tre giorni, con una cerniera aperta che vabbè, non mettiamoci qui a fare i precisini.

Poi adesso, gloriosamente, ci sono Alitalia e Expedia che mi chiedono un feedback sul loro servizio. E niente, stavo pensando di spedire ai primi la testa di uno steward e ai secondi un survival kit imbottito di tritolo biodegradabile, ma sono ancora un po’ indeciso.

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