Pedoni #2

2012/03/25 § 2 commenti

Sono da poco tornato a essere un pedone a Roma – una condizione esistenziale che garantisce l’impagabile privilegio di poter toccare quotidianamente con mano la caducità della vita umana – ed è perciò con disappunto che ho letto questa sorta di fenomenologia del pedone pericoloso, divertente ma ingiusta. L’uomo pedone, a Roma, ha una vita loca e maledetta, che gli comporta un importante surplus di stress psicofisico. Credo quindi sia comprensibile che, di tanto in tanto, egli commetta degli errori o abbia dei passaggi a vuoto. Ma, soprattutto, credo sia giusto ricordare i principali pericoli che incombono costantemente su di lui. Eccoli:

Il doppio verde.
Ad alcuni incroci, il verde del semaforo pedonale arriva in concomitanza col verde per i veicoli che devono svoltare in quella strada. Le ragioni di questa scelta(?) non sono mai state chiare a nessuno. Probabilmente il demiurgo che ha concepito la viabilità romana ha dovuto accettare qualche imperfezione, qualche incidente fisiologico, affinché il traffico riuscisse anche soltanto a fluire. Se il pedone non passa col rosso non è perché più rischioso, ma solo per non morire dalla parte del torto.

Il camper sorpresa.
Il pedone è sulle strisce, come al solito cerca di incrociare lo sguardo degli automobilisti per indurli a frenare in nome della legge. Quando finalmente ci riesce, a fermarsi è un mezzo pesante: autobus, camion, furgone, SUV, camper1. Cenno di apprezzamento del pedone, smorfia del guidatore, il pedone attraversa. Proprio quando è quasi in salvo sul lato opposto, un centauro col giubbotto in pelle di pedone sbuca a settanta all’ora da dietro il mezzo, dopo averne fino all’ultimo sfruttato la copertura, fischiettando Sympathy for the Devil. Il pedone inchioda, finisce sulle punte in disperato equilibrio, a braccia aperte, e vede tutta la sua vita che gli passa davanti, si rivede bambino che giocava sul bagnasciuga, travolto da un fischiettante centauro col giubbotto in pelle di pedone che svanisce all’orizzonte. Poi torna in sé, cade in avanti, felice, e striscia fin sul marciapiede.

Ciclomotori fasci matti alla fermata del bus.
Una degenerazione del camper sorpresa. Il pedone stavolta non è tale, ma passeggero (talvolta addirittura pagante) di un autobus Atac che si è appena fermato a più di ottanta centimetri dal marciapiede. Il passeggero scende (ritornando pedone), stanco, stravolto, col pensiero al divano e al soffritto, e non si immagina neppure che quegli ottanta centimetri abbondanti siano stati interpretati da un regazzetto cor casco coa croceceltica come una corsia bonus per abbassare il tempo di percorrenza viale Liegi – piazza Vescovio. Più che la semplice strage, si rischia l’innesco di un domino umano, perché basta incocciare il primo della fila per portarli all’inferno tutti quanti, spesso anche quelli che sono ancora in piedi sul bus.2

Il bolide notturno.
È molto tardi e non c’è più nessuno in giro, solo il pedone coi suoi pensieri e la sua strada a quattro corsie da traversare. Non parrebbe esserci niente da temere, ma nell’aria percepisce qualcosa di anomalo. Una vibrazione. La quale, nell’istante successivo, è il suono lontanissimo di un motore. Troppo lontano per costituire un pericolo, si direbbe, ma un istante ancora e quel motore è centinaia di volte più vicino. Non c’è nessuno in vista, la strada è deserta, la ragione dice di attraversare, ma l’istinto la frena. Aspetta. D’improvviso, un flash lontano, poi un ululato e una sagoma dai contorni indistinti che si avvicina a una velocità indescrivibile e arriva e fugge come se non fosse mai esistita. Tutto ciò che il pedone crede di aver visto è un gomito, un arbre magique gusto vodkaredbull e una ragazza sul retro che sgrana un rosario; tutto ciò che il pedone crede di aver sentito è “Barbra Streisand”.

Il bolide estivo.
Variante del bolide notturno, ma ancora più letale poiché non preceduto dalla luce dei fari. Impazza per l’Urbe quando, d’estate, le strade sono finalmente deserte e i guidatori romani sfogano la frustrazione di una vita spesa nel traffico spingendo al massimo i loro stanchi veicoli a motore.

Il connesso.
Sempre tenendo d’occhio il tragitto su googlemaps, ha retwittato @sarofiorello appena entrato in tangenziale, commentato una foto di un piccione sul guardrail al tramonto caricata da lui stesso due chilometri prima in un momento di presunta ispirazione, googlato l’osteria dove andrà a cena e scommesso un paio d’euro sull’under 2,5 di Ajax-Twente. Non lo sa, ma ha anche sfiorato la collisione con una scolaresca e borseggiato con lo specchietto un pedone che aveva ingenuamente pensato: “Questo qui non può non avermi visto”.

Il semaforo per sprinter.
Ci sono semafori pedonali di grosse arterie cittadine in cui non scatta solo il verde, ma deve scattare anche il pedone. La durata del verde è settata sui tempi di attraversamento di Usain Bolt. In bicicletta. Lanciato. Quando il gruppo di pedoni parte, è già giallo. Alcuni, insoddisfatti della partenza, rientrano subito e ritenteranno al turno successivo. Altri si rendono conto di non farcela quando è troppo tardi e restano nel mezzo del guado, incapaci sia di tornare indietro, sia di finire la traversata. Gli eventi degli ultimi secondi di giallo avvengono solitamente al ralenti, con il gruppo che produce il massimo sforzo e, spesso, un panzone che si lancia disperatamente in avanti mentre una bambina sul marciapiede urla Rooo-sssss-oooo! con la voce distorta dallo sgomento e dalla moviola. Un paio di barcollanti vecchie vengono prese e portate dall’altra parte a braccia dai più atletici del gruppo, ma sono costrette ad abbandonare la spesa per strada e vedono perdersi tra gli pneumatici i loro pomodori, accuratamente scelti solo pochi minuti prima: non appena sarà rosso, sarà rosso ovunque.

L’homo oeconomicus.
È in ritardo, come tutti. Ma per lui il pedone non è un essere vivente, è un dato del problema. Quando i loro sguardi si incrociano, il pedone percepisce una freddezza ferale. Capisce di non esser stato investito per mero calcolo, per questioni di tempo, o di soldi, e che se quell’uomo apparentemente normale, da dietro il suo volante, dovesse decidere che, da lì in poi, mietere ogni cosa sulla sua strada e pagarne le eventuali conseguenze è più conveniente del fermarsi ogni volta, allora sarà arrivato il momento di uscire a passeggio con l’armatura medievale.

Strisce sbiadite.
Le hanno dipinte nel ’73, ripassate nel ’78, dimenticate nel ’79. Il pedone le intuisce, il guidatore no. Entrambi sentono la ragione e il codice della strada dalla loro parte, così nessuno si ferma e a volte si arriva allo showdown, una gara a chi molla per ultimo. Spesso molla il pedone, un passo prima della fine, e subito dopo gli viene voglia di portarsi da casa un tappetino a strisce bianche e grigie, da srotolare a piacimento. Ora che ci penso, questa è un’idea geniale. Se la faccio fruttare, mi ci compro la moto.

———————–
1 Camper, a dire il vero, raramente, ma il nome “camper sorpresa” mi faceva molto ridere.
2 In realtà a questo evento ho assistito una volta sola, incredulo. Però, considerata l’assoluta follia della cosa, va classificata. Un po’ come un mostro marino nelle antiche mappe di navigazione. Non c’erano? Vai un po’ a sapere che diavolo c’era nell’oceano Indiano del Milleseicento. Un motorino che passa tra bus e marciapiede mentre i passeggeri stanno scendendo è un po’ come un mostro marino.

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§ 2 risposte a Pedoni #2

  • Giulio scrive:

    spassosissimo!

  • Savè scrive:

    Aggiungerei un’altra categoria – massima espressione della romanitas su asfalto – alla quale mi vergogno di appartenere: lo scooterista che, al semaforo, si ferma poco oltre il semaforo stesso, a ridosso delle strisce pedonali o, talvolta, piazzandosi bellamente nel pieno della zebra. Uno scoglio per il pedone che attraversa. Ma sto guarendo.

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