La storia di Talia

2011/12/13 § 7 commenti

Abbiamo tutti una piccola biografia fatta di pub, ristoranti, bar, caffè, trattorie. Molti di questi posti ce li siamo quasi dimenticati: non ci hanno detto o dato nulla, o li abbiamo incrociati con la testa da qualche altra parte. Ce ne sono alcuni che ricordiamo per evitarli, perché magari sono stati scortesi, ci hanno riempito poco la pancia o svuotato troppo le tasche. Su altri sappiamo di poter contare: formano una costellazione di luoghi che ci piacciono, nei quali torneremo e che siamo ben contenti di consigliare.

Invece altri ancora li teniamo solo per noi, per proteggerli, perché sono luoghi inspiegabilmente incontaminati, quasi perfetti, ma destinati a essere scoperti, piano piano, e spesso a cambiare volto e anima e prezzario nel giro di qualche anno; già l’altra sera, a ripensarci, erano insolitamente pieni e vagamente mainstream, non come quella prima volta in cui entrammo quasi per caso, e c’era poca gente e un’atmosfera, una luce, un profumo, una canzone che sembravano essere stati scelti per noi, o da noi. E allora li proteggiamo, senza parlarne a nessuno, o a quasi nessuno, perché vogliamo che restino così come sono, almeno fino alla prossima volta in cui vorremo essere là proprio per quell’anniversario, per quella serata, per quella confessione.

Ma c’è un luogo che è fuori categoria. Rientrerebbe nell’ultima, se non fosse per la sua essenza autonoma e incorruttibile, che non vuole risentire della popolarità, né delle bizze del mercato; un luogo in cui l’offerta se ne sbatte della domanda, e la domanda ci resta sotto e ritorna e cresce, perché un’offerta così non l’aveva mai trovata; un luogo che, se è vuoto, pare una succursale del tuo soggiorno e, se è pieno, diventa una festa a casa di amici dove tutti s’imbriacano di caffè e pizza al taglio. E se strabocca, se c’è più gente di quanta possa fisicamente entrare in quello spazio, allora l’essenza si propaga nella placida strada antistante e la conquista finché sarà necessario, e chi è fuori è comunque dentro, mentre i passanti hanno come l’impressione di prendere parte a un qualcosa di insolito e allettante, che li sta invitando a restare, fosse anche solo per un minuto.

Questo luogo si chiama Taliagastronomia culturale interattiva. Che, è evidente, non vuol dire assolutamente nulla: è una definizione che esiste perché per esistere, a Talia come a quasi tutte le creazioni umane, serve una definizione; ma che viene riempita di significato giorno per giorno, a seconda di quello che c’è in forno o in programma.

Talia è ad Amsterdam, Prinsenstraat 12, ha un anno e mezzo e vende le scuse più buone del mondo.

Il mio amico D. conobbe Nicola a una festa di quell’invenzione mirabolante che è CouchSurfing. Poi ci ritrovammo tutti e tre, più qualcun altro, in una freddissima sera d’inizio 2010 al Gollem (che rientra nella categoria di luoghi da consigliare). Nicola aveva ancora i capelli lunghi da rocker superato e un progetto in pentola: aprire Talia. Me ne parlava con apprensione, un po’ perché ci teneva tanto, un po’ perché la situazione era parecchio incerta.

La notte di qualche mese prima, Nicola si era ritrovato con Michele a contare il budget complessivo rimasto a loro disposizione dopo un lungo periodo speso a barcamenarsi per cercare di far qualcosa di più che sopravvivere: era di otto euro. Lì nacque l’idea. O meglio, lì nacque la necessità di farsi venire un’idea e di provare veramente a realizzarla. Così Michele e Nicola concepirono Talia che, a voler essere precisi, a voler andare dritti al nocciolo, è uno spazio a disposizione di chi vorrebbe migliorare il mondo.1 E che, solo al fine di pagarsi la possibilità di esserci, vende pizza al taglio, focacce e altri prodotti italiani di gran qualità, bontà, sostenibilità e, considerata la zona, irreperibilità.

I ragazzi avevano un prestito da trovare e un locale da affittare. Quando incontrai per la prima volta Nicola, i due erano riusciti a mettere le basi per ottenere entrambe le cose, assicurando alla banca* che avevano già il posto e ai locatori che avevano già i soldi. Per questo quel vecchio rocker di Nicola era in apprensione: era nel mezzo di un doppio bluff spudorato. Ma, come avrete già capito, alla fine è andata bene. Avevano otto euro e oggi hanno un locale in centro ad Amsterdam: è possibile, ve lo giuro. Io c’ero. Al tempo ci vivevo ad Amsterdam e ogni tanto passavo a trovarli mentre costruivano Talia, per monitorare i progressi, l’umore, la soundtrack delle operazioni, e si capiva che stava nascendo qualcosa di speciale.2

Fin dall’inaugurazione fu chiaro a tutti che Talia non era solo di Nicola e Michele, ma di chiunque ci mettesse piede. Da quasi subito, con quella scusa delle pizze, iniziarono a susseguirsi nei mesi concerti, jam session, corsi di lingua, di cucina, di chitarra, seminari, feste, giochi e chissà quali altre attività che adesso non ricordo. L’agenda era fittissima, ma i ragazzi sapevano anche che, come in molti altri luoghi, ad Amsterdam un negozio appena nato è come un uomo troppo vecchio: ha il problema di passare l’inverno. È quindi solo dalla primavera di quest’anno che Talia c’è con la certezza di restare, e adesso si sta ulteriormente evolvendo.

Michele è a destra con la bandana, Nicola è a sinistra e sta per scoperchiare il tiramisù gigante con cui si è festeggiato, in mezzo alla strada, il "Talia 1", il primo compleanno di Talia.

I due hanno innumerevoli progetti e sono sempre occupatissimi. Ho scritto a Nicola un paio di settimane fa per chiedergli alcune cose per questo post, ma lui per ora ha trovato solo il tempo di rispondermi che è “superincasinato” e che approfondirà nel giro di un paio di giorni: un obiettivo che si è rivelato totalmente al di fuori della sua portata.3 E quindi, per esempio, non so dirvi bene com’è andata ‘sta storia di Talia ai TEDxAmsterdam. [Saltate al minuto 4.32, se non vi va di sentirvi il discorso]

Poi ho pensato che magari non conosco i dettagli, ma in realtà lo so com’è andata. Cioè, come volete che sia andata? Si sono incontrate due cose belle. Già me la immagino quell’email “entusiasta” scritta dal loro netbook infarinato. E mi immagino anche Irene che entra, si guarda in giro, legge la frase, beve il caffè e non capisce, non si capacita del fatto che non ci sia nessun motivo perché debba costare più di un euro.

Non mi immagino invece che cos’altro succederà a Talia nei prossimi mesi o anni. Qualunque cosa, probabilmente. Ma in ogni caso, credo e spero che la sua essenza non cambierà, ed è anche per questo che ne scrivo tranquillamente. Quindi andateci pure, andateci a gruppi, a frotte, a squadroni: è un posto eccezionale che ha una bella storia da raccontare. Ed è una storia che un po’ ci riguarda, perché si parla spesso di quanto sia importante tenere alto il nome dell’Italia all’estero, come se ormai fosse un buon risultato già il riuscire a conservare un passato e una reputazione. Ma Talia sta facendo meglio: lo sta innalzando quel nostro nome, gli dà nuove sfumature, lo aggiorna e rinnova. Mi inorgoglisco un po’ anch’io a pensarci, e sarebbe una sensazione completamente positiva se non fosse per un retrogusto strano. Insomma, sono stati giustamente versati fiumi d’inchiostro sulle conseguenze negative per il Paese del brain drain, dell’espatrio dei più preparati, brillanti, competenti; ma il fatto è che storie come quella di Michele e Nicola, che sono andati fino in Olanda per fare un minuscolo capolavoro italiano, mi lasciano con l’impressione che non si stia prendendo sufficientemente in considerazione quanto l’Italia stia soffrendo, assieme alla fuga dei cervelli, anche quella degli entusiasmi, dei buoni propositi, del coraggio, della fantasia.

———————–
1 Ancora non ho mai incontrato nessuno che non vorrebbe migliorare il mondo almeno un po’.
2 Ora che ci rifletto, ogni tanto mi davano anche da faticare. Quando ci andate, per esempio, guardate il bancone del caffé sulla destra dopo le scale e aiutatemi a maledire il giorno in cui son passato di lì e c’era da portarlo su.
3 Me l’ha detto ormai sei giorni fa! Se poi mi racconterà qualcosa di notevole, integro in un secondo momento.

———————–

Edit: tra un catering e l’altro, mi ha detto Nicola che ci sono degli errori. Il primo è tipico delle storie che si tramandano di bocca in bocca finché tutto diventa distorto, enfatizzato, ingigantito: il budget inizale non era di otto euro, e riflettendoci non poteva essere così piccolo (scemo io a credere a una cosa così assurda). Gli euro di partenza erano ben nove.

*Il secondo errore è anch’esso tipico, ma di una tipicità più contemporanea: ho tirato in mezzo le banche, come si suol fare di questi tempi. Invece le banche non c’entrano niente, anzi: “siamo orgogliosi di essere arrivati fin qui senza mai aver avuto alcun prestito da banche o simili”, mi scrive Nicola. “L’unico ente a cui lo chiedemmo fu un’associazione non profit di microcredito che, letto il nostro progetto, si entusiasmò (a tal punto da definirlo il progetto piu bello mai presentato loro) e ci assicurò un prestito di 5000 euro… che purtroppo non arrivò mai a causa del fallimento dell’associazione stessa qualche settimana prima di erogare la somma promessa. Quindi si puo ben dire che Talia è nata grazie a soli 9 euro e l’aiuto di amici e conoscenti che come te [n.d.a. groppo alla gola] hanno contribuito, chi portando su i mobili, chi portandoci della pasta calda mentre lavoravamo e pittavamo, chi prestandoci tutti i suoi risparmi (ricordo ad esempio un’amica che dall’Italia mi versò 1000€, che era tutto quello che aveva messo da parte in un anno di sacrifici e lavori per poter realizzare il suo progetto di diventare stilista di “moda critica”, oppure un altro amico argentino che fece lo stesso), chi ancora venendo a suonare per allietarci mentre stuccavamo i muri, and so on…”

Resta da chiarire che il leggendario doppio bluff c’è stato, ma con locatori e fornitori (di cibo e attrezzature). Che non ho ancora deciso se la storia dell’istituto di microcredito sia più triste o più losca. E che l’amica aspirante stilista di “moda critica” è un personaggio che si meriterebbe una statua fatta di pasta di pane, a mio modesto parere.

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§ 7 risposte a La storia di Talia

  • Aggiungi una mappa, perché no, o almeno un indirizzo. Cerco lo si può googlare, ma perché farlo fare a tutti i millemila lettori e non soltanto una volta a te?

    • Matteo scrive:

      Quanta saggezza, padre. C’era già il link al sito, e ora c’è pure l’indirizzo, per la gioia di GoogleMaps che oggi potrà fare qualche hit in più grazie ai miei millemila lettori.

  • Ila scrive:

    No, ma il mio corto circuito notturno di Tanja-Talia. Gasp.

  • L'infallibile scrive:

    matteo, sarebbe da scoprire la storia dei creatori del delirium pub, a bruxelles…anche quello è un bellissimo spaccato di mondo da raccontare!! http://www.deliriumcafe.be/

  • Nico scrive:

    Ho letto il post decine di volte e tutte le volte ho i brividi, e mi sorprendo di come in piu punti tu sia riuscito davvero a rendere una sensazione, un’essenza che noi stessi non siamo mai riusciti a descrivere a parole..

    quindi doppiamente grazie, dottore, sia per i brividi e l’emozione regalatimi nel leggere queste righe, che per esser la prima e unica persona riuscita a spiegare e fare capire meglio a noi stessi, un po della storia di Talia!🙂

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