Lutto pubblico comparato

2011/10/24 § 6 commenti

“Una singola Anne Frank detta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei,
la cui immagine è rimasta nell’ombra. Forse è necessario che sia così;
se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere.”

Primo Levi

 
La biblioteca pubblica di Amsterdam è a pochi minuti di cammino dalla casa di Anne Frank ed era da là che, il 23 luglio scorso, seguivo online gli aggiornamenti che arrivavano dalla Norvegia nel giorno seguente alla strage di Utøya. Lo facevo con un’apprensione e una pesantezza d’animo abbastanza inusuali1, perché su quell’isolotto era accaduto qualcosa di un orrore davvero raro.

Quando poi, in quello stesso pomeriggio, seppi della morte di Amy Winehouse, ebbi un sussulto proveniente da una zona del petto che quei poveri ragazzini non mi avevano neppure sfiorato. Qualche momento dopo ero lì a cercare di spiegarmi come mai il decesso di una cantante inglese2 mi avesse toccato di più che lo sterminio pianificato di decine di giovani norvegesi, e se non fosse in qualche modo sbagliato che i due fatti avessero praticamente lo stesso spazio sui mezzi d’informazione (mentre nelle conversazioni, offline3 e online, prevaleva nettamente la Winehouse).

Ieri è accaduta più o meno la stessa cosa, ma a fattori invertiti e, da molti punti di vista, in tono minore: prima Marco Simoncelli ha perso la vita in un incidente durante l’ultimo Gran Premio di MotoGP, poi un violento terremoto in Turchia ha ucciso centinaia di persone. Io mi sono dispiaciuto per Simoncelli e sto seguendo la tragedia turca senza eccessivi turbamenti. E torno a chiedermi se non ci sia qualcosa di sbagliato.

Mi rendo conto che un pezzo di risposta l’avevo avuta non lontano da dove per la prima volta mi sono fatto la domanda: ai visitatori della casa di Anne Frank viene data una brochure che si chiude con quel virgolettato di Primo Levi. Non possiamo “soffrire per le sofferenze di tutti”, forse neppure per quelle di due persone: possiamo compatirci uno alla volta solamente. Dobbiamo sempre trovare una storia, una faccia, dei panni in cui infilarci. Per cui affrontare una morte o cento, a livello emotivo, non fa differenza. Non è questione di quantità, ma di qualità: la differenza la fa il chi muore.

Ma c’è dell’altro, perché se poi chi muore è una celebrità, anche una della quale non c’importa o che addirittura disprezziamo, se ne va comunque un pezzettino del nostro mondo. Amy Winehouse e Marco Simoncelli erano nostri conoscenti, e li abbiamo persi improvvisamente. A molti di noi avevano anche dato delle emozioni – l’una con la voce, l’altro con la moto – e, grazie a esse, avevamo stabilito con loro un rapporto affettivo, certamente unidirezionale, ma comunque potenzialmente piacevole e importante. Invece, delle anonime vittime di un attentato o di una catastrofe veniamo sempre a conoscenza nel momento in cui non ci sono più. Non perdiamo niente.

La morte di una persona celebre, per quanto a volte irrilevante da tutti gli altri punti di vista, è importante sul piano emotivo. Per questo credo che per i mezzi d’informazione abbia senso dare spazio alla notizia: per dare modo al lettore di comprendere un vuoto e chi lo ha lasciato.

E credo anche che, se i social media si riempiono di commemorazioni, estremi saluti e ricordi – spesso traboccanti di immancabile e tollerabile retorica –, non ci sia niente di male: in gran parte, è pura e semplice elaborazione di un (piccolo o grande) lutto. Internet ci dà oggi la possibilità di farlo socialmente. Tutto sommato, mi sembra una cosa positiva.

————————
1 Abbiamo letto, visto e sentito di così tante tragedie che facciamo tutti fatica a provare reale compassione. La nostra è spesso una partecipazione razionale: capiamo il dramma senza sentirlo. Soffriamo un po’, appunto, di compassion fatigue.
2 Mi considero un moderato estimatore della Winehouse. Ho ascoltato alcune volte Back to Black (bello: Tears dry on their own è il pezzo migliore), invece Frank, prima dello scorso luglio, non sapevo neppure che esistesse.
3 T. stava sfogliando un libro in solitudine quando uno sconosciuto si è avvicinato chiedendo: “Hai sentito che è morta Amy Winehouse?”

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§ 6 risposte a Lutto pubblico comparato

  • Salva scrive:

    Ti giuro che ieri sera, leggendo del terremoto, ho pensato la stessa cosa. Non ho collegato la Winehouse con la Norvegia (anche perché avevo dimenticato fosse successo lo stesso giorno), ma quando mi sono accorto che stavo guardando tutte le interviste e filmati di Simoncelli sul tubo, fregandomene quasi del terremoto in Turchia, ho pensato di essere diventato una brutta persona. O forse lo ero già, solo che non me ne ero ancora accorto😛

  • Ila scrive:

    E se fosse la solita questione dell’eccesso di autorefenzialità, che i social amplificano oltremodo?

    • Matteo scrive:

      In che senso?

      • Ila scrive:

        Scusa, Matteo, provo a spiegarmi.

        I social network sono diventati un po’ quello che erano i diarî di un tempo e mi pare ovvio che, in un ambiente così autoreferenziale, ognuno scriva di quello che più lo tocca da vicino.
        Se tu fossi tornato da un viaggio in quel remoto posto turco, forse oggi avresti pubblicato su Facebook le foto del tuo viaggio là mostrando come lo avevi visitato tu, no?
        Un tempo sui diarî capitava la stessa cosa: ci appicciccavi le foto della cantante inglese che ti garbava, morta prematuramente, mica del terremoto turco.
        Internet è solo un mezzo, più potente certo, più diffuso e immediato, ma, quando si tratta della propria sfera intima di dolore/compassione, siamo sempre lì: al diario delle medie. Nulla è cambiato, da allora.

  • fede scrive:

    Che bello leggere qualcuno che dice qualcosa quando scrive..

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