F2M, o del cambiare sesso alla nazionale

2011/10/14 § 2 commenti

[per il ValdarnoPost]
“L’Italia non produce gioco: sa cavare invece i massimi risultati dal contro-gioco. Se gli avversari giocano bene, l’Italia vede immediatamente valorizzato il suo contro-gioco; se invece giocano male, anche l’Italia gioca male per non saper produrre
un gioco suo proprio.”

Gianni Brera, Presentazione della finale Italia-Germania, la Repubblca, 10 luglio 1982
“Ora tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno
le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica.”

Gianni Brera, Io triumphe: Italia Tricampeón Mundial, la Repubblica, 12 luglio 1982

 
Se pensate che il lavoro di Prandelli sia facile, scontato o banale, dovreste ricredervi. Se invece pensate che sia vano, potreste non avere tutti i torti.

L’Italia è squadra femmina. Non lo dico io, ma la storia delle sue vittorie, tutte ottenute esaltando l’attitudine all’attesa e al farsi attendere, a lasciare l’iniziativa all’avversario ostentando remissività, per poi colpirlo al suo primo errore.

Lo diceva anche Gianni Brera, che non è stato solo il più celebre giornalista sportivo italiano, ma anche (soprattutto?) il primo teorico e pubblico sostenitore del catenaccio. Le sue ragioni erano più o meno queste: quello italiano è un popolo naturalmente portato alla prudenza e atleticamente inferiore rispetto alle altre grandi nazioni calcistiche, pertanto può competere ad alti livelli solo difendendosi e rispondendo al gioco altrui, senza dover produrne uno proprio.
Considerando che da Brera in poi l’Italia ha vinto due mondiali e un europeo, si capisce facilmente che non solo queste teorie si sono ormai integrate nel nostro modo di vedere e giocare il calcio, ma anche che potrebbero essere inesorabilmente esatte. Insomma, potrebbe avere ragione Brera: se l’Italia vuole vincere, deve giocare all’italiana.

Cesare Prandelli, per contratto, la pensa diversamente. Lui crede che l’Italia possa competere anche prendendo l’iniziativa e imponendo il proprio gioco: per la prima volta1, c’è un commissario tecnico che sta davvero facendo della gloriosa squadra femmina un bel maschietto. Un duro lavoro, che diventa un’impresa titanica se si pretende pure che arrivino i trofei (e saranno pretesi, ci mancherebbe).

Per fortuna lo svantaggio fisico degli italiani si è attenuato. Di atleti totali – i Drogba, gli Shevchenko, gli Alexis Sánchez – non ne abbiamo e non ne avremo quasi mai (l’unico potrebbe essere Balotelli, che sembra non aver la testa per usare il fisico), ma le moderne tecniche di allenamento hanno messo quasi ogni calciatore in grado di tenere botta ad alto livello, e poi quello odierno è un calcio che ha rispetto per i piccoletti.

Il vero ostacolo di Prandelli è culturale: il paese, calciatori inclusi, sa quello che perde ma non quello che trova e ciò non può convincerlo appieno, soprattutto perché è refrattario al cambiamento e, in fondo, la via vecchia aveva dato soddisfazioni. Nessuno è abituato a una nazionale così.2

In queste due ultime partite, con l’Italia già qualificata, si è potuto osservare il gioco di Prandelli libero dall’esigenza del risultato. Ecco due significativi sprazzi di telecronaca istituzionale:

  1. Siamo a Belgrado contro la Serbia, con l’Italia in vantaggio per uno a zero. Più di una volta la difesa azzurra recupera palla, i serbi pressano alto e gli azzurri non la buttano, ma cercano di impostare l’azione correndo il rischio di perdere il possesso nella propria trequarti. A un certo punto, il commento di Collovati: “Siamo troppo leziosi”. Traduzione: “Spazza! Che aspetti? Stiamo vincendo noi!”. Il buon Fulvio era istintivamente allarmato, come molti altri italiani (me incluso), da quell’ostinazione nel  giocare la palla correndo rischi evitabili. Non son paure da cui si guarisce in qualche mese, queste.
  2. Durante Italia-Irlanda del Nord, a ogni verticalizzazione o cross sbagliato, il leitmotiv dei telecronisti è stato: “Manca qualcuno in area di rigore”. Traduzione: “Non abbiamo attaccanti. Dov’è Iaquinta?”. Così, lamentandosi di una presunta mancanza di incisività offensiva, il duo RaiSport ha rievocato in più occasioni la figura del marcantonio sportellante, un centravanti vecchio stile che a volte è stato Riva, Toni, Vieri, ma troppe altre Casiraghi, Ravanelli, Carnevale. Peraltro, l’Italia ha vinto 3-0. Che il cielo ci aiuti.

 
Questi rappresentanti dell’establishment calcistico italiano o non hanno la minima idea di ciò che Prandelli sta cercando di fare, o sono lì per dar voce, di quando in quando, alla parte più guardinga, prudente e reazionaria del tifo azzurro. Oppure c’è una terza opzione: sono assolutamente convinti che abbia ragione Brera, che quest’Italia mascolina non abbia futuro alcuno, che ci aspettano delusioni e terribili batoste, e stanno solo cercando di prepararci psicologicamente al peggio.

Ma nessuno può avere la certezza che la strada intrapresa sia sbagliata, anche se è molto probabile che fin quando non saranno tutti intimamente convinti che possa funzionare, il progetto di Prandelli non funzionerà. Ci vorranno tempo, fiducia e pazienza, perché non è un cambio di modulo, ma di approccio, di mentalità. È un cambio di genere.

————————
1 Un rassegnato Sacchi sosteneva che non c’è tempo per allenare una nazionale: la si può soltanto scegliere.
2 Solo per far notare che un decennio fa, con questi stessi uomini, il Trap avrebbe potuto mandare in campo una roba del genere: Buffon; Cassani, Barzagli, Bonucci, Chiellini; Maggio, Pirlo, De Rossi, Balzaretti; Cassano; Matri.
Rallegratevi.

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