Eddaje?

2011/06/26 § 3 commenti

Sì, eddaje!

Prima di tutto perché eddaje, o più spesso daje, è una parola eccezionale.
In quasi sette anni passati a Roma si è radicata nel mio vocabolario, la penso, dico e scrivo continuamente. Benché corta, sgranchisce la bocca. La doppia D appiccica la lingua al palato, poi la A la stacca subito, fa uscire l’aria e allarga le fauci, le quali vanno quasi a riserrarsi per lo JE finale, lasciando solo uno spiraglio che poi cresce o svanisce a seconda delle circostanze.

Appunto, le circostanze. Eddaje è una sanguigna parola di gioia e resistenza, che tende essenzialmente al bene. La si usa per incoraggiare qualcuno – o, perché no?, se stessi – ed esortare ad andare avanti, a stringere i denti (che infatti si sfiorano durante lo JE), anche a rialzarsi. Allo stesso tempo, la si può urlare, allungando a piacimento la A e la seconda E, durante una qualsivoglia esultanza, in cui assume il significato e la potenza di un vai così al cubo. Poi la si usa per mettere fretta a chi ti sta facendo fare tardi, o per esprimere disappunto, ma sempre invitando a fare meglio. In alcuni casi può addirittura sostituire un . Eddaje è una parola costruttiva.

Inoltre deriva da dare, e credo questo sintetizzi perbene le principali ragioni alla base di questo posto.

Da quando sono fisicamente fuori dall’Italia, ho lasciato che i miei pensieri ci ritornassero spesso. Ho riflettuto molto e da una nuova prospettiva, accumulando ed elaborando nuove informazioni e sensazioni.1 Alcune mie idee stavano invecchiando, ma quelle nuove non erano ancora chiare. Poi, un paio di mesi fa, mi sono imbattutto in alcuni pezzi del nuovo libro di Luca Sofri, Un grande Paese, ed è stato come leggere i miei pensieri, finalmente coerenti e lucidamente espressi; è stato come intravedere il traguardo a metà percorso.

Starete pensando che per quanto rimpiazziamo i contenuti, sempre di patria stiamo parlando, ed è il concetto stesso a essere anacronistico: siamo cittadini del mondo, e ogni inclinazione localistica ci porta indietro. È un pensiero facile e immediato, e l’ho avuto anch’io a lungo. Ma ho cambiato idea. Il «proprio paese» esiste. Gli vogliamo bene, anche se non sappiamo a cosa. Il «proprio paese» serve. Se non altro perché qualcuno deve pur vergognarsene quando va a rotoli. Non bastassero tutte le ragioni che ognuno può avere di affetto e legame col «proprio paese», l’idea del «proprio paese» serve a farlo funzionare, il proprio paese. Il fattore che più alimenta il declino dell’Italia – assieme alla mediocrità della sua classe dirigente, politica e non – è la disillusione sul suo futuro e sulla sua stessa esistenza in vita. È che molti di quelli che potrebbero e vorrebbero fare qualcosa per portare l’Italia da un’altra parte non riescono più a trovarla, quell’Italia da portare da un’altra parte. È che si sentono soli. È che il peggio di questo posto sta prevalendo sul meglio, e il posto diventa irriconoscibile. E come lo miglioriamo, un posto che non c’è più e che non è più il «nostro paese»?

Già, come lo miglioriamo? E posso io avere l’ardire di provarci da qua, senza essere tacciato di ingenuità o, addirittura, ammutinamento? La risposta alla seconda domanda è: certamente sì. La prima questione è più complessa, e io una risposta non ce l’ho, ma a tal proposito c’è un altro punto chiave che viene affrontato da Sofri e sul quale mi sono trovato pienamente daccordo: mettere a frutto le proprie capacità è un modo molto naturale di contribuire alla crescita del «proprio paese».

C’è chi fa ciò che vuole e c’è chi fa ciò che gli riesce meglio (sì, c’è anche chi non fa nessuna delle due cose o chi proprio non fa niente, ma non è questo il punto). Una società giusta offre a ognuno la possibilità di fare ciò che più desidera. Ma una società in crisi ha bisogno come il pane che chi la compone si dedichi a ciò che gli riesce meglio. È logico, quasi ovvio, lo capirebbe anche un economista: in fondo si tratta di ottimizzare le risorse. È certamente meglio avere un imbianchino eccellente che un pittore mediocre, e viceversa.

Per quanto mi riguarda, c’è una varia umanità composta da insegnanti, parenti, genitori, amici, colleghi e conoscenti che, sin da quando avevo i denti da latte, ha spesso apprezzato sinceramente ciò che scrivevo e mi ha costantemente consigliato di continuare a farlo. A farlo per vivere, insomma. A tal punto che adesso ci sono alcuni delusi e tuttora ho qualche parente che crede che io stia facendo il giornalista. A parte gli aspetti comici di questa vicenda, tutto ciò è sempre stato piacevole e lo è ancora, ma allo stesso tempo è stato un po’ ingombrante. Cioè, ma se io non volessi scrivere?

Perché il giornalista, o addirittura lo scrittore, io non li ho MAI voluti fare. Ci ho pensato spesso e, assieme ai numerosi dubbi sulle mie effettive possibilità di riuscirci, ho sempre avuto il sospetto, forse poco fondato, che passare una vita a scrivere sia incompatibile col viverla appieno, la vita.

Però ho continuato a rifletterci e, infine, ho capito o deciso che invece da ora in avanti troverò il tempo e scriverò. Non so quanto, non so bene di cosa, ma scriverò. Per mantenere un contatto con l’Italia (e l’italiano). Per dare qualcosa. Perché mi riesce. Perché oggi è facile. Perché è giusto. E per tutta una serie di altre ragioni che adesso non conosco, ma che scoprirò in futuro.

Ciò detto, non ci sarebbe nient’altro da aggiungere. Se non che in certe situazioni penso che tutta questa bella e nobile premessa sia soltanto una mera copertura che mi sono costruito, e che in realtà ho solo una pura e semplice voglia di raccontare e raccontarmi. E in fondo è vero anche questo, non riesco a darmi torto. Come d’altronde resta vera la bella e nobile premessa. Quindi? Quindi non se ne esce, e alla sorgente di ‘sto blog c’è un’insanabile contraddizione. Che se ne prenda atto, io l’ho già fatto. E siccome sono una persona coerente, d’ora in poi cercherò di contraddirmi il più possibile.

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1 Mi sembra di capire l’Italia molto meglio dall’estero, e nella mia testa questo fatto si ricollega a due cose. La prima è quel momento in cui, ne Il nome della rosa, Guglielmo spiega ad Adso che i labrinti si risolvono meglio una volta che ne siamo fuori. Non che mi senta di aver “risolto” niente, figuriamoci (e poi l’Italia non è certo un labirinto: è MOLTO più complicata), però è una bella metafora. La seconda è questa canzone.
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[Segue, in un certo senso]

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