Bello da fare schifo

2012/02/17 § 23 commenti

Tornare1 in Italia è più facile di quanto si pensi. Si prende un aereo e si atterra, con un tollerabile ritardo di venti minuti e un applauso in sottofondo. L’impatto non è traumatico. Il timore di non ritrovare ciò che si era lasciato è, tutto sommato, inutile: non importa quanto si è stati via, l’Italia nel frattempo è certamente cambiata meno di noi. Sarà lei a riadattarsi a quel che abbiamo di diverso. E lo farà, come al solito: con un tollerabile ritardo di vent’anni e un applauso in sottofondo.

Rispetto a un po’ di tempo fa ho rinnovato idee e progetti. Sono di nuovo a Roma (eddaje!), e adesso passo le serate a guardare la tangenziale dalla finestra, a riflettere su cosa c’è di nuovo e a chiedermi quanto servirà ai miei compatrioti per arrivare a tutte le conclusioni inoppugnabilmente esatte alle quali sono giunto.

Di nuovo c’è che piovono scontrini, col rapporto scontrino per pagamento che adesso si attesta nei pressi di un vertiginoso 0,97, e qualche premuroso negoziante, addirittura, ad assicurarsi che l’irrimpiazzabile fogliettino sia effettivamente nelle tasche del cliente in uscita.

C’è che fumare ha smesso di essere cool e ora è un po’ da sfigati, per citare un viceministro nizzardo, o quel poveraccio di Stracquadanio.

C’è che la logorante evoluzione delle suonerie telefoniche sembra essere arrivata a un punto in cui le specie dominanti non sono più di quattro (e una di quelle quattro è la mia), col risultato che, in un treno affollato, circa un quarto dei passeggeri è costantemente convinto che qualcuno lo stia chiamando.

Le inoppugnabili conclusioni sono invece cariche di retorica, per una volta appropriata e giusta, e ne sono perfettamente consapevole.

Non sono mai stato patriottico. Più in generale: non capisco che senso abbia il magnificare o difendere a prescindere ciò che ci ritroviamo ad avere per caso, come la forma delle orecchie, o la patria. Quindi vi dovete fidare quando vi dico che siamo davvero fortunati a essere italiani.

Siamo davvero fortunati a essere italiani. Vi siete fidati? Non lo so, magari per voi non è una novità. Per me sì, non lo sapevo. Io me ne andai, ben più di due anni fa, che disprezzavo appassionatamente tutto ciò che c’è di disprezzabile al di sotto delle Alpi. Facevo bene, sia chiaro. Il disprezzo è un sentimento utile e le occasioni per tenerlo in allenamento innumerevoli. Però mi sono lentamente reso conto che avevo praticamente smesso di apprezzare. Il mio modo di vedere, di giudicare le cose era sbilanciato.

Ora penso che l’Italia vada salvata. Non solo dalla crisi, ma da se stessa (è un’alcolizzata), dai nostri difetti. Non perché ci conviene, ma perché lasciarla affondare è un torto fatto all’umanità. L’Italia è così provinciale da non comprendere quanto sia significativa, addirittura simbolica, per il resto del mondo. Chi glielo spiega a un olandese che l’Italia è perduta per sempre? Dice: cazzo gliene frega all’olandese? Molto gliene frega, molto. Per chi ne è fuori, sapere che l’Italia esiste, è conoscibile, visitabile, dà un po’ più senso a tutto. L’Italia deve esistere.

E l’Italia esiste, infatti. Non solo come penisola, ma anche come insieme di persone. Cari veneti e siciliani, avete tanto in comune, senza offesa. Cercate di incontrarvi in un supermercato di Amburgo, in un bar di Granada, in un ufficio postale di Helsinki, in un discopub di Belfast, e forse ve ne accorgerete. Siete diversi, magari non vi piacete: rassegnatevi, siete comunque italiani. Get over it.

L’Italia ha anche un serio problema d’immagine: parlarne male è un merito, un evergreen nelle discussioni in fila alle poste, un infallibile rompighiaccio da aperitivo. Forse è il caso di farla passare di moda questa storia. Forse è pure il caso di ammettere che poche cose sono italiane come il non sentirsi italiani.

Ma più che altro, l’Italia è un Paese bello da fare schifo. Che fa schifo proprio perché questa bellezza rende sopportabile, sormontabile, dimenticabile quasi tutto il resto. In Italia la vita è bella. Difficile, frustrante, scoraggiante, ma (quasi) sempre e comunque bella.

Per questo all’Italia bisogna voler bene, dell’Italia bisogna aver cura.

Non sapevo quanto fosse importante, né quanto sarebbe sbagliato continuare a snobbarla e maltrattarla fino a trasformarla in un ricordo.

Io per capirlo sono dovuto stare via per un bel po’. E se sono tornato è anche perché finalmente mi piace il mio Paese, ed è una splendida, inedita sensazione. Non mi piace perché è il mio, ma è il mio perché mi piace. Mi piace nonostante. Mi piace comunque. Mi piace anche se.

E se mi piace così com’è, mi vengono le vertigini all’idea di come potrebbe diventare se decidesse, decidessimo, che è arrivato il momento di diventare grandi, che finora s’è scherzato, che il meglio deve ancora venire.

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1 È periodo di ritorni, si diceva.

F2M, o del cambiare sesso alla nazionale

2011/10/14 § 2 commenti

[per il ValdarnoPost]
“L’Italia non produce gioco: sa cavare invece i massimi risultati dal contro-gioco. Se gli avversari giocano bene, l’Italia vede immediatamente valorizzato il suo contro-gioco; se invece giocano male, anche l’Italia gioca male per non saper produrre
un gioco suo proprio.”

Gianni Brera, Presentazione della finale Italia-Germania, la Repubblca, 10 luglio 1982
“Ora tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno
le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica.”

Gianni Brera, Io triumphe: Italia Tricampeón Mundial, la Repubblica, 12 luglio 1982

 
Se pensate che il lavoro di Prandelli sia facile, scontato o banale, dovreste ricredervi. Se invece pensate che sia vano, potreste non avere tutti i torti.

L’Italia è squadra femmina. Non lo dico io, ma la storia delle sue vittorie, tutte ottenute esaltando l’attitudine all’attesa e al farsi attendere, a lasciare l’iniziativa all’avversario ostentando remissività, per poi colpirlo al suo primo errore.

Lo diceva anche Gianni Brera, che non è stato solo il più celebre giornalista sportivo italiano, ma anche (soprattutto?) il primo teorico e pubblico sostenitore del catenaccio. Le sue ragioni erano più o meno queste: quello italiano è un popolo naturalmente portato alla prudenza e atleticamente inferiore rispetto alle altre grandi nazioni calcistiche, pertanto può competere ad alti livelli solo difendendosi e rispondendo al gioco altrui, senza dover produrne uno proprio.
Considerando che da Brera in poi l’Italia ha vinto due mondiali e un europeo, si capisce facilmente che non solo queste teorie si sono ormai integrate nel nostro modo di vedere e giocare il calcio, ma anche che potrebbero essere inesorabilmente esatte. Insomma, potrebbe avere ragione Brera: se l’Italia vuole vincere, deve giocare all’italiana.

Cesare Prandelli, per contratto, la pensa diversamente. Lui crede che l’Italia possa competere anche prendendo l’iniziativa e imponendo il proprio gioco: per la prima volta1, c’è un commissario tecnico che sta davvero facendo della gloriosa squadra femmina un bel maschietto. Un duro lavoro, che diventa un’impresa titanica se si pretende pure che arrivino i trofei (e saranno pretesi, ci mancherebbe).

Per fortuna lo svantaggio fisico degli italiani si è attenuato. Di atleti totali – i Drogba, gli Shevchenko, gli Alexis Sánchez – non ne abbiamo e non ne avremo quasi mai (l’unico potrebbe essere Balotelli, che sembra non aver la testa per usare il fisico), ma le moderne tecniche di allenamento hanno messo quasi ogni calciatore in grado di tenere botta ad alto livello, e poi quello odierno è un calcio che ha rispetto per i piccoletti.

Il vero ostacolo di Prandelli è culturale: il paese, calciatori inclusi, sa quello che perde ma non quello che trova e ciò non può convincerlo appieno, soprattutto perché è refrattario al cambiamento e, in fondo, la via vecchia aveva dato soddisfazioni. Nessuno è abituato a una nazionale così.2

In queste due ultime partite, con l’Italia già qualificata, si è potuto osservare il gioco di Prandelli libero dall’esigenza del risultato. Ecco due significativi sprazzi di telecronaca istituzionale:

  1. Siamo a Belgrado contro la Serbia, con l’Italia in vantaggio per uno a zero. Più di una volta la difesa azzurra recupera palla, i serbi pressano alto e gli azzurri non la buttano, ma cercano di impostare l’azione correndo il rischio di perdere il possesso nella propria trequarti. A un certo punto, il commento di Collovati: “Siamo troppo leziosi”. Traduzione: “Spazza! Che aspetti? Stiamo vincendo noi!”. Il buon Fulvio era istintivamente allarmato, come molti altri italiani (me incluso), da quell’ostinazione nel  giocare la palla correndo rischi evitabili. Non son paure da cui si guarisce in qualche mese, queste.
  2. Durante Italia-Irlanda del Nord, a ogni verticalizzazione o cross sbagliato, il leitmotiv dei telecronisti è stato: “Manca qualcuno in area di rigore”. Traduzione: “Non abbiamo attaccanti. Dov’è Iaquinta?”. Così, lamentandosi di una presunta mancanza di incisività offensiva, il duo RaiSport ha rievocato in più occasioni la figura del marcantonio sportellante, un centravanti vecchio stile che a volte è stato Riva, Toni, Vieri, ma troppe altre Casiraghi, Ravanelli, Carnevale. Peraltro, l’Italia ha vinto 3-0. Che il cielo ci aiuti.

 
Questi rappresentanti dell’establishment calcistico italiano o non hanno la minima idea di ciò che Prandelli sta cercando di fare, o sono lì per dar voce, di quando in quando, alla parte più guardinga, prudente e reazionaria del tifo azzurro. Oppure c’è una terza opzione: sono assolutamente convinti che abbia ragione Brera, che quest’Italia mascolina non abbia futuro alcuno, che ci aspettano delusioni e terribili batoste, e stanno solo cercando di prepararci psicologicamente al peggio.

Ma nessuno può avere la certezza che la strada intrapresa sia sbagliata, anche se è molto probabile che fin quando non saranno tutti intimamente convinti che possa funzionare, il progetto di Prandelli non funzionerà. Ci vorranno tempo, fiducia e pazienza, perché non è un cambio di modulo, ma di approccio, di mentalità. È un cambio di genere.

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1 Un rassegnato Sacchi sosteneva che non c’è tempo per allenare una nazionale: la si può soltanto scegliere.
2 Solo per far notare che un decennio fa, con questi stessi uomini, il Trap avrebbe potuto mandare in campo una roba del genere: Buffon; Cassani, Barzagli, Bonucci, Chiellini; Maggio, Pirlo, De Rossi, Balzaretti; Cassano; Matri.
Rallegratevi.

Cinque anni fa

2011/07/04 § 30 commenti

Era il 4 Luglio 2006. La Germania, lì a Dortmund, non aveva mai perso. L’Italia si presentava in buona forma, ma un avversario serio non lo aveva ancora incontrato. L’ultima volta era stata proprio contro i tedeschi in un’amichevole a Firenze: vittoria azzurra per 4 a 1, ma si sa che i tedeschi a Firenze fanno più che altro i turisti.

A Dortmund no. Nell’epicentro del Westfalenstadion, con la Ruhr dispiegata tutt’attorno, i tedeschi ritornano tedeschi, germanici, metallurgici, e gli italiani diventano immigrati che sanno d’aglio e gelatina. Di certo non turisti: non ci sono mai stati, a Dortmund, i turisti.

Nonostante l’alta posta in palio, le fantasiose provocazioni e le ridicole polemiche della vigila, la partita è insospettabilmente bella e l’Italia c’è eccome, soprattutto all’inizio. Poi si acquatta dietro, progressivamente, più per indole che per deliberata scelta tattica, e la Germania guadagna terreno e coraggio. Al 90° il pareggio rispecchia i valori espressi in campo, ma dopo qualche minuto di supplementari abbiamo già colpito due legni (chiamando in causa duemila santi) ed è evidente che “ce la meritiamo noi”. Allora Lippi si aggiusta gli occhiali sudati e, assecondando il destino, dispone quattro pistoleri ghignanti in faccia alla difesa crucca.

Gattuso si esibisce in un sombrero. Un minuto più tardi il pallone rotola sulla scrivania della sua antitesi, Andrea Pirlo. Diciassette uomini in fibrillazione pullulano l’area di rigore tedesca di fronte a lui, un miliardo di occhi lo guardano e qualche decina di milioni lo implorano, ma lui traccheggia, come se fosse sovrappensiero, come se la palla ce l’avesse qualcun altro. Poi d’incanto illumina. Anzi, smarmella. Improvvisamente quella palla è altrove – in un luogo che nessuno aveva visto – senza che Pirlo la degni di uno sguardo, un’attenzione, un saluto: si conoscono troppo bene i due, e da troppo tempo.

Un attimo prima di calciare, Fabio Grosso è l’archetipo dell’eroe per caso. È l’imberbe teenager catapultato nel mezzo della guerra dei mondi. È l’impiegato a cui vengono affidate le sorti della galassia. È talmente lontano dalla sua dimensione abituale che non è sotto alcun tipo di pressione. È ben oltre la pressione, forse addirittura sopra. Potrebbe tirarla in curva, lisciarla o svenire lì sul luogo, tanto nessuno sano di mente si aspetta che a risolvere due ore di zero a zero sia un terzino del Palermo. Per questo nasce un tiro perfetto.

L’esultanza è certamente tra le cose più preziose che il calcio abbia da offrire ai suoi amanti. La chiave sta nel gol, che è evento raro e improvviso, sempre unico per dinamica, significato, tempistica e bellezza. Il gol può liberare gioia, energia, commozione, persino follia, e tutte queste cose vengono espresse, e condivise con il pubblico, ogni volta in modo diverso.

Quella di Fabio Grosso è un’esultanza meravigliosa. Scappa, ride o forse piange, poi inizia a scuotere la testa e l’indice, perché in realtà ci stiamo sbagliando tutti, non è vero che ha segnato lui, non può essere. Vittima di inedite, ingestibili emozioni, Grosso si ritrova contemporaneamente a celebrare e a negare il suo gol. Il suo è puro spirito di sopravvivenza: se accettasse pienamente la sua nuova realtà, non potrebbe più continuare. Il suo mondo è cambiato radicalmente, tutto è differente. Come chiunque in quella situazione, Fabio avrebbe bisogno di tempo. Ma tempo non ce n’è, restano 120 onirici secondi.

La Germania vorrebbe anche reagire, ma Kannavaro è invincibile e gioca come giocherebbe Ethan Hunt se giocasse semifinali di Coppa del Mondo. L’uomo è in missione e l’attacco tedesco si autodistruggerà tra pochi secondi.

Ecco un bieco cross da destra, un crucco vi si fionda, Kannavaro lo precede in tuffo volante inesorabile e sgombera l’area. Poi Ballack spara in tribuna e le immagini tornano su Grosso, il quale è ancora alle prese con la sua nuova esistenza e parla da solo. “Non è vero”, dice il labiale.

Ecco un turpe cross da sinistra, un crucco vi si getta, “lo mette fuori Kannavaro”. Che successivamente fiuta tutta l’insicurezza del giovane Lucas Podolski e lo carica con lucida furia, mentre scocca il 120°. Lo atterrisce, lo conduce all’errore, pone fine alla sua adolescenza. In un tripudio di testosterone gli asporta la palla col petto, finendo poi per tamponare Totti e delegargli saggiamente il contropiede: in quelle lande non c’era tanta autorevolezza dai tempi di Bismarck.

L’Italia adesso è un crescendo wagneriano, dove ogni singola nota, ogni singola giocata è perfetta e più bella della precedente.

Totti inclina la metà campo della Germania e da quel momento in avanti la difesa gioca in salita, Gilardino in discesa. A 24 anni di età, lanciato a bomba contro l’ingiustizia1, il Gila ha la sua epifania. Vede ciò che la sorte gli riserverà per i giorni a venire e apprende così di essere tra coloro i quali, per l’eccessiva frenesia di compiersi, rimarranno campioni incompiuti. Ma accoglie tutto con serenità, il buon Gila, poiché c’è in gioco un bene superiore. I buoni hanno appena sventato il piano malefico e messo in salvo gli ostaggi, ora si tratta di annientare il cattivo e non c’è tempo da perdere.

Ha tutto chiaro, il Gila. Sa bene che il suo ruolo in questa epopea è quello della spalla, ed è ben noto che la spalla non può mai sopraffare il cattivo, così come il Dottor Watson non riesce mai a risolvere il caso. Ma di fronte all’antagonista, una spalla ha sempre due opzioni: quando non conosce o non accetta il suo ruolo, allora ci prova, fallisce e spesso perisce; se invece riconosce la sua essenza, come il Gila ha appena fatto, riesce ad assistere l’eroe e affiancarlo nel trionfo. Un trionfo per il quale sembrerebbe tutto pronto. Però c’è un grosso problema: dell’eroe non vi è traccia alcuna.

Gilardino è dunque solo. Suo malgrado, è costretto a puntare l’uomo, a cercare lo spazio per il tiro e a trovarlo. Ma mentre sta per scoccare, sente una voce alle sue spalle che lo chiama con urgenza (o, se non altro, questo è ciò che dichiarerà poi a chi ha sentito il bisogno di una spiegazione razionale). “Ecco l’eroe”, pensa il Gila sollevato, e lo serve col secondo assist no-look di quei due minuti tecnicamente strabilianti. Ma gli eroi son sempre giovani e belli2, e il proprietario di quella voce non è né l’uno né l’altro.

Un attimo prima di calciare, Alessandro Del Piero è l’archetipo dell’antieroe. È un cavaliere errante tormentato da un passato di errori e lacrime. È un principe diseredato. Qualcuno giurava che fosse morto, altri lo davano per disperso in terre remote e inospitali, fuggito via a leccarsi le ferite infertegli da nemici e amici. Nessuno immaginava che sarebbe rispuntato proprio lì, eppure nessuno è davvero sorpreso. L’apparizione di Del Piero è tanto implausibile quanto inevitabile. L’incoscienza con cui conclude è sconcertante. La bellezza del suo destro quasi inopportuna. La palla in rete una catarsi.

Italia-Germania finisce nel momento esatto in cui entra nell’epica sportiva. Ma sul prato, sugli spalti e lungo tutto lo stivale è gia iniziato il pandemonio, e durerà un’estate.

Oggi, a distanza di cinque anni, la grandezza di questa partita è stata celebrata, ma non ancora pienamente compresa.

Se avvicinate qualche tifoso prima di un match contro un’arcirivale e gli chiedete che cosa sogna, le risposte che otterrete saranno generalmente due: c’è chi vorrà una sofferta battaglia risolta in extremis, che porti a un’esplosione di gioia e getti il nemico nello sconforto; e ci sarà invece chi spera in una dimostrazione di forza e superiorità, in una vittoria netta e insindacabile.

Incredibilmente, Germania-Italia è stata entrambe le cose.

(Gentili radioascoltatori, Riccardo Cucchi über alles)

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1 Francesco Guccini, La locomotiva, 1972
2 Ibidem.

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Questo post ha ricevuto una nomination ai Macchianera Blog Awards 2011 nella categoria “Miglior post o articolo dell’anno”. Mica pizza e fichi.

Italiani vs Italians (con “la mamma alcolizzata”)

2011/06/27 § 2 commenti

Al di là della frontiera, dispersi e inesauribili, gli italians1 continuano a raccontare del loro paese a genti di ogni nazionalità. In effetti di Italia si parla spesso, a volte intrattenendo anche cinque o sei individui alla volta. All’inizio mi chiedevo se tutta quell’attenzione e quelle domande fossero dovute solamente a un eccesso di gentilezza da parte degli interlocutori. Insomma, credevo di essere lì a fare la figura dell’ossessionato, e più di una volta ho chiesto: “Ma vi interessa davvero?” e le risposte son sempre state onestamente affermative. La condizione dell’Italia incuriosisce, forse addirittura affascina lo straniero, che poi molto spesso non si capacita, apprende tutto ma non comprende quasi nulla.

Dopo, quando si è tra italians, ci si interroga sulle ragioni di questa piccola ulteriore anomalia del paese. Perché ne discutiamo così tanto? Perché ci chiedono aggiornamenti e spiegazioni in continuazione? E perché, non dico i tedeschi o i francesi, ma nemmeno gli spagnoli o i portoghesi o i belgi, che pure di problemi ne avrebbero, si ritrovano in questa situazione?

“È come se avessimo la mamma alcolizzata”, mi ha detto un tale di recente, illuminandomi. Perché il paragone, ad aggiustarlo un po’, calza benissmo: questa mamma è una donna speciale, che nei suoi anni migliori sapeva incantare; una di quelle persone dal fascino complesso e irregolare, consapevoli di avere un dono e da esso intimamente spaventate; una di quelle anime così vicine alla grazia che finiscono per perdersi e per voler dimenticare di essersi perse. Oggi questa mamma ha lunghe avvilenti fasi di buio e autodistruzione, terribili per lei e per tutti quanti attorno, intervallate di quando in quando da momenti di lucidità e bellezza che regalano più rimpianti che sorrisi. Una parte di lei vuole risollevarsi, un’altra, dominante, restare nella polvere.

Questa è l’Italia oggi, ed è soprattutto per questo che molti, italiani e non, si premurano di sapere come sta e se mai riuscirà a rifiorire. Poi, ecco, questa mamma ha due figli. Uno se ne è andato, l’altro è rimasto. Il primo si sente quasi leggero, senza più il peso della frustrante convivenza quotidiana con quella situazione, ma continua a preoccuparsi, con la rabbia per le mancanze e i traumi della sua adolescenza che si fonde con la nostalgia per i perduti attimi di splendore materno. Il secondo fatica ad andare avanti, rassegnato e tentato dal bere anche lui, disprezza l’incapacità di reagire della madre e prende parte ai bei momenti senza goderne quasi più. E pian piano anche il rapporto tra i due fratelli sta iniziando a incrinarsi…

Ecco, io spero di sbagliarmi, ma sto sentendo una strana acredine che cresce tra italiani e italians,2 i quali hanno iniziato a rinfacciarsi, ad esempio, di essersene andati senza voltarsi o di essersi arresi e adeguati allo squallore, e così via. Se anche fosse l’alba di una cosa seria, non ci sarebbe da sorprendersi: in fondo si parla di un popolo che si è sempre diviso su tutto e per il quale campanilismo e polarizzazione sono i passatempi nazionali; l’immortale Stanis La Rochelle direbbe che è tutto “molto italiano“. Però bisogna che lo metta agli atti: in questo caso – credo – si toccherebbero nuove vette di stupidità e autolesionismo. Un eventuale conflitto sociale tra italiani e italians sarebbe di una idiozia tale da far rimpiangere guelfi e ghibellini, o guelfi bianchi e guelfi neri. Sarebbe una clamorosa, spettacolare cazzata, e alzi la mano chi ne sente il bisogno.

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1 “Italians” sarebbero gli italiani all’estero così come li chiama Beppe Severgnini nel suo blog.
2 È una sensazione, non saprei dire con esattezza com’è che ce l’ho. Ma da questi due articoli (e dai loro commenti) si percepisce qualcosa: I pericoli della retorica del “fuggismo” e Italiani, dei quali (quorum) 3 per cento all’estero.

Eddaje?

2011/06/26 § 3 commenti

Sì, eddaje!

Prima di tutto perché eddaje, o più spesso daje, è una parola eccezionale.
In quasi sette anni passati a Roma si è radicata nel mio vocabolario, la penso, dico e scrivo continuamente. Benché corta, sgranchisce la bocca. La doppia D appiccica la lingua al palato, poi la A la stacca subito, fa uscire l’aria e allarga le fauci, le quali vanno quasi a riserrarsi per lo JE finale, lasciando solo uno spiraglio che poi cresce o svanisce a seconda delle circostanze.

Appunto, le circostanze. Eddaje è una sanguigna parola di gioia e resistenza, che tende essenzialmente al bene. La si usa per incoraggiare qualcuno – o, perché no?, se stessi – ed esortare ad andare avanti, a stringere i denti (che infatti si sfiorano durante lo JE), anche a rialzarsi. Allo stesso tempo, la si può urlare, allungando a piacimento la A e la seconda E, durante una qualsivoglia esultanza, in cui assume il significato e la potenza di un vai così al cubo. Poi la si usa per mettere fretta a chi ti sta facendo fare tardi, o per esprimere disappunto, ma sempre invitando a fare meglio. In alcuni casi può addirittura sostituire un . Eddaje è una parola costruttiva.

Inoltre deriva da dare, e credo questo sintetizzi perbene le principali ragioni alla base di questo posto.

Da quando sono fisicamente fuori dall’Italia, ho lasciato che i miei pensieri ci ritornassero spesso. Ho riflettuto molto e da una nuova prospettiva, accumulando ed elaborando nuove informazioni e sensazioni.1 Alcune mie idee stavano invecchiando, ma quelle nuove non erano ancora chiare. Poi, un paio di mesi fa, mi sono imbattutto in alcuni pezzi del nuovo libro di Luca Sofri, Un grande Paese, ed è stato come leggere i miei pensieri, finalmente coerenti e lucidamente espressi; è stato come intravedere il traguardo a metà percorso.

Starete pensando che per quanto rimpiazziamo i contenuti, sempre di patria stiamo parlando, ed è il concetto stesso a essere anacronistico: siamo cittadini del mondo, e ogni inclinazione localistica ci porta indietro. È un pensiero facile e immediato, e l’ho avuto anch’io a lungo. Ma ho cambiato idea. Il «proprio paese» esiste. Gli vogliamo bene, anche se non sappiamo a cosa. Il «proprio paese» serve. Se non altro perché qualcuno deve pur vergognarsene quando va a rotoli. Non bastassero tutte le ragioni che ognuno può avere di affetto e legame col «proprio paese», l’idea del «proprio paese» serve a farlo funzionare, il proprio paese. Il fattore che più alimenta il declino dell’Italia – assieme alla mediocrità della sua classe dirigente, politica e non – è la disillusione sul suo futuro e sulla sua stessa esistenza in vita. È che molti di quelli che potrebbero e vorrebbero fare qualcosa per portare l’Italia da un’altra parte non riescono più a trovarla, quell’Italia da portare da un’altra parte. È che si sentono soli. È che il peggio di questo posto sta prevalendo sul meglio, e il posto diventa irriconoscibile. E come lo miglioriamo, un posto che non c’è più e che non è più il «nostro paese»?

Già, come lo miglioriamo? E posso io avere l’ardire di provarci da qua, senza essere tacciato di ingenuità o, addirittura, ammutinamento? La risposta alla seconda domanda è: certamente sì. La prima questione è più complessa, e io una risposta non ce l’ho, ma a tal proposito c’è un altro punto chiave che viene affrontato da Sofri e sul quale mi sono trovato pienamente daccordo: mettere a frutto le proprie capacità è un modo molto naturale di contribuire alla crescita del «proprio paese».

C’è chi fa ciò che vuole e c’è chi fa ciò che gli riesce meglio (sì, c’è anche chi non fa nessuna delle due cose o chi proprio non fa niente, ma non è questo il punto). Una società giusta offre a ognuno la possibilità di fare ciò che più desidera. Ma una società in crisi ha bisogno come il pane che chi la compone si dedichi a ciò che gli riesce meglio. È logico, quasi ovvio, lo capirebbe anche un economista: in fondo si tratta di ottimizzare le risorse. È certamente meglio avere un imbianchino eccellente che un pittore mediocre, e viceversa.

Per quanto mi riguarda, c’è una varia umanità composta da insegnanti, parenti, genitori, amici, colleghi e conoscenti che, sin da quando avevo i denti da latte, ha spesso apprezzato sinceramente ciò che scrivevo e mi ha costantemente consigliato di continuare a farlo. A farlo per vivere, insomma. A tal punto che adesso ci sono alcuni delusi e tuttora ho qualche parente che crede che io stia facendo il giornalista. A parte gli aspetti comici di questa vicenda, tutto ciò è sempre stato piacevole e lo è ancora, ma allo stesso tempo è stato un po’ ingombrante. Cioè, ma se io non volessi scrivere?

Perché il giornalista, o addirittura lo scrittore, io non li ho MAI voluti fare. Ci ho pensato spesso e, assieme ai numerosi dubbi sulle mie effettive possibilità di riuscirci, ho sempre avuto il sospetto, forse poco fondato, che passare una vita a scrivere sia incompatibile col viverla appieno, la vita.

Però ho continuato a rifletterci e, infine, ho capito o deciso che invece da ora in avanti troverò il tempo e scriverò. Non so quanto, non so bene di cosa, ma scriverò. Per mantenere un contatto con l’Italia (e l’italiano). Per dare qualcosa. Perché mi riesce. Perché oggi è facile. Perché è giusto. E per tutta una serie di altre ragioni che adesso non conosco, ma che scoprirò in futuro.

Ciò detto, non ci sarebbe nient’altro da aggiungere. Se non che in certe situazioni penso che tutta questa bella e nobile premessa sia soltanto una mera copertura che mi sono costruito, e che in realtà ho solo una pura e semplice voglia di raccontare e raccontarmi. E in fondo è vero anche questo, non riesco a darmi torto. Come d’altronde resta vera la bella e nobile premessa. Quindi? Quindi non se ne esce, e alla sorgente di ‘sto blog c’è un’insanabile contraddizione. Che se ne prenda atto, io l’ho già fatto. E siccome sono una persona coerente, d’ora in poi cercherò di contraddirmi il più possibile.

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1 Mi sembra di capire l’Italia molto meglio dall’estero, e nella mia testa questo fatto si ricollega a due cose. La prima è quel momento in cui, ne Il nome della rosa, Guglielmo spiega ad Adso che i labrinti si risolvono meglio una volta che ne siamo fuori. Non che mi senta di aver “risolto” niente, figuriamoci (e poi l’Italia non è certo un labirinto: è MOLTO più complicata), però è una bella metafora. La seconda è questa canzone.
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[Segue, in un certo senso]

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