Daje.

2013/01/03 § Lascia un commento

È PROPRIO UNA GRANDE PAROLA.

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La candelina

2012/06/27 § 2 commenti

Oggi il blog compie un anno. Un anno!!
E come festeggiare, se non con una soundtrack celebrativa?

Il fatto è che, durante quest’anno, in alcuni post ho chiamato in causa canzoni o cantanti, più o meno di striscio e spesso a caso. Ora eccoli qui, uno dietro l’altro, in ordine cronologico, solo per voi. Dodici perle più una. Un’accozzaglia rara. GRATIS.

  1. San Diego Serenade – Tom Waits [Eddaje?]
  2. Down in Mexico – The Coasters [Until she did a dance I never saw before]
  3. Across 110th street – Bobby Womack [L'arte di saper smettere]
  4. La locomotiva – Francesco Guccini [Cinque anni fa]
  5. Cuore matto – Little Tony [Una storia italiana]
  6. Lunedì – Vasco Rossi [Ritratto di Vasco Rossi]
  7. Tears dry on their own – Amy Winehouse [Lutto pubblico comparato]
  8. Pancho – Jack Trombey [In morte di un biglietto da visita]
  9. Estasi dell’oro – Ennio Morricone [Ritratto di Mario Monti]
  10. Breed – Nirvana [La versione del Lattante]
  11. Corso Buenos Aires – Lucio Dalla [Del genio di poi son piene le fosse]
  12. Sympathy for the Devil – The Rolling Stones [Pedoni #2]
  13. BONUS TRACK: Ebbro/Sconforto – Umberto “Donato” Bossi [Ritratto di Umberto Bossi]

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Ecco, ora ho anche distillato il primo anno di eddaje! in ben otto post, lì in alto a destra nella home page.
Ulteriori e molto più sguaiati festeggiamenti si terranno offline domani sera dopo le 22.30, in caso…

Bello da fare schifo

2012/02/17 § 23 commenti

Tornare1 in Italia è più facile di quanto si pensi. Si prende un aereo e si atterra, con un tollerabile ritardo di venti minuti e un applauso in sottofondo. L’impatto non è traumatico. Il timore di non ritrovare ciò che si era lasciato è, tutto sommato, inutile: non importa quanto si è stati via, l’Italia nel frattempo è certamente cambiata meno di noi. Sarà lei a riadattarsi a quel che abbiamo di diverso. E lo farà, come al solito: con un tollerabile ritardo di vent’anni e un applauso in sottofondo.

Rispetto a un po’ di tempo fa ho rinnovato idee e progetti. Sono di nuovo a Roma (eddaje!), e adesso passo le serate a guardare la tangenziale dalla finestra, a riflettere su cosa c’è di nuovo e a chiedermi quanto servirà ai miei compatrioti per arrivare a tutte le conclusioni inoppugnabilmente esatte alle quali sono giunto.

Di nuovo c’è che piovono scontrini, col rapporto scontrino per pagamento che adesso si attesta nei pressi di un vertiginoso 0,97, e qualche premuroso negoziante, addirittura, ad assicurarsi che l’irrimpiazzabile fogliettino sia effettivamente nelle tasche del cliente in uscita.

C’è che fumare ha smesso di essere cool e ora è un po’ da sfigati, per citare un viceministro nizzardo, o quel poveraccio di Stracquadanio.

C’è che la logorante evoluzione delle suonerie telefoniche sembra essere arrivata a un punto in cui le specie dominanti non sono più di quattro (e una di quelle quattro è la mia), col risultato che, in un treno affollato, circa un quarto dei passeggeri è costantemente convinto che qualcuno lo stia chiamando.

Le inoppugnabili conclusioni sono invece cariche di retorica, per una volta appropriata e giusta, e ne sono perfettamente consapevole.

Non sono mai stato patriottico. Più in generale: non capisco che senso abbia il magnificare o difendere a prescindere ciò che ci ritroviamo ad avere per caso, come la forma delle orecchie, o la patria. Quindi vi dovete fidare quando vi dico che siamo davvero fortunati a essere italiani.

Siamo davvero fortunati a essere italiani. Vi siete fidati? Non lo so, magari per voi non è una novità. Per me sì, non lo sapevo. Io me ne andai, ben più di due anni fa, che disprezzavo appassionatamente tutto ciò che c’è di disprezzabile al di sotto delle Alpi. Facevo bene, sia chiaro. Il disprezzo è un sentimento utile e le occasioni per tenerlo in allenamento innumerevoli. Però mi sono lentamente reso conto che avevo praticamente smesso di apprezzare. Il mio modo di vedere, di giudicare le cose era sbilanciato.

Ora penso che l’Italia vada salvata. Non solo dalla crisi, ma da se stessa (è un’alcolizzata), dai nostri difetti. Non perché ci conviene, ma perché lasciarla affondare è un torto fatto all’umanità. L’Italia è così provinciale da non comprendere quanto sia significativa, addirittura simbolica, per il resto del mondo. Chi glielo spiega a un olandese che l’Italia è perduta per sempre? Dice: cazzo gliene frega all’olandese? Molto gliene frega, molto. Per chi ne è fuori, sapere che l’Italia esiste, è conoscibile, visitabile, dà un po’ più senso a tutto. L’Italia deve esistere.

E l’Italia esiste, infatti. Non solo come penisola, ma anche come insieme di persone. Cari veneti e siciliani, avete tanto in comune, senza offesa. Cercate di incontrarvi in un supermercato di Amburgo, in un bar di Granada, in un ufficio postale di Helsinki, in un discopub di Belfast, e forse ve ne accorgerete. Siete diversi, magari non vi piacete: rassegnatevi, siete comunque italiani. Get over it.

L’Italia ha anche un serio problema d’immagine: parlarne male è un merito, un evergreen nelle discussioni in fila alle poste, un infallibile rompighiaccio da aperitivo. Forse è il caso di farla passare di moda questa storia. Forse è pure il caso di ammettere che poche cose sono italiane come il non sentirsi italiani.

Ma più che altro, l’Italia è un Paese bello da fare schifo. Che fa schifo proprio perché questa bellezza rende sopportabile, sormontabile, dimenticabile quasi tutto il resto. In Italia la vita è bella. Difficile, frustrante, scoraggiante, ma (quasi) sempre e comunque bella.

Per questo all’Italia bisogna voler bene, dell’Italia bisogna aver cura.

Non sapevo quanto fosse importante, né quanto sarebbe sbagliato continuare a snobbarla e maltrattarla fino a trasformarla in un ricordo.

Io per capirlo sono dovuto stare via per un bel po’. E se sono tornato è anche perché finalmente mi piace il mio Paese, ed è una splendida, inedita sensazione. Non mi piace perché è il mio, ma è il mio perché mi piace. Mi piace nonostante. Mi piace comunque. Mi piace anche se.

E se mi piace così com’è, mi vengono le vertigini all’idea di come potrebbe diventare se decidesse, decidessimo, che è arrivato il momento di diventare grandi, che finora s’è scherzato, che il meglio deve ancora venire.

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1 È periodo di ritorni, si diceva.

C’è tutto un mondo intorno

2012/01/23 § 5 commenti

Una mattina mi svegliai e, tutt’a un tratto, non avevo più tempo. Iniziai a correre, con dei leoni metaforici alle calcagne: dovevo continuamente portare a termine dei compiti importanti, recarmi in posti remoti, vedere molte persone. Ero del tutto impreparato a un cambiamento simile e tentai di fermarmi per capire come fare a risolvere la situazione, ma ovviamente non ne ebbi il tempo.

Dovetti rinunciare a cose fondamentali tipo cucinare bene, vedermi dei film, leggere un libro a un ritmo sufficiente a darmi la sensazione di poterlo finire, masturbarmi. Il passo successivo fu postporre attività meno gratificanti, ma che maggiormente incidevano sui bordi della vita quotidiana: fare la spesa, il bucato, la doccia, rasarmi, passare l’aspirapolvere. A chi mi invitava da qualche parte, ribattevo che non avevo tempo, col tono trafelato e non del tutto dispiaciuto di chi vede nell’assenza di tempo la ragione della propria enorme importanza.

No, guarda, non ho tempo. Sottinteso: mica come te, che ti puoi permettere due ore di svago perché in fondo non sei indispensabile come me. C’ho da fare, io. C’è gente, là fuori, che si aspetta il mio contributo, apporto, presenza; gente che in questo istante sta probabilmente leggendo moltissimi libri e gurdando un sacco di film. E poi al mio frullare ovunque sono legate le sorti di tante persone; persone che in questo istante stanno probabilmente facendosi una sega, o mantecando un risotto ai frutti di mare.

Quando disperatamente rosicchiavo dei quarti d’ora a qualche tardopomeriggio, era per fare doppioclic sulla mia lista mentale di cose postposte e tentare di accorciarla. Eccomi finalmente a fare lavatrici, passare aspirapolveri, acquistare dentifrici e cipolle. Scrissi anche un post, a un certo punto.

Un giorno, durante gli angoscianti dieci minuti di snooze della sveglia mattutina, capii che in realtà non stavo correndo, ma rincorrendo. Ciò che rincorrevo era la mia vita, e non la prendevo mai, ma mi accontentavo di non farmi staccare, illudendomi che fosse un risultato accettabile. Mi preoccupai moltissimo, e subito promisi a me stesso di cambiare tutto. Ma ovviamente non ne ebbi il tempo. Presto dimenticai quel momento di verità, abituandomi a una rincorsa senza domande: sfrecciavo repentino verso la fine dei miei giorni.

Poi una mattina mi svegliai e, tutt’a un tratto, avevo di nuovo tempo. Ero del tutto impreparato a un cambiamento simile e tentai di fermarmi per capire come risolvere la situazione. Così tante ore e così poco da fare. Ricordo che ci misi tutto il pomeriggio soltanto per riuscire a staccarmi gli occhi dall’ombelico.

Un voto ponderato

2011/09/06 § 4 commenti

Venerdì mattina ho appreso che uno dei dieci candidati a Post dell’anno è questo qui, e l’ho scritto io.

La prima cosa a cui ho pensato non me la ricordo più, perché ero impegnato a saltare su e giù per la stanza e a reprimere le urla per non svegliare i vicini. Era molto presto.

La seconda cosa a cui ho pensato è meglio che non la riferisca, ma riguarda la decisione del Blogfest di annuciare i candidati durante un’estenuante diretta Twitter, e in particolare riguarda quel tweet che mi aveva lasciato incerto ed esterrefatto, avvisandomi che: “Per il miglior post i titoli sono troppo lunghi per entrare nei 140 caratteri di Twitter”. Però una cosa al volo va detta, e la voglio dire a te, esimio organizzatore del festival: capisco che hai passato tutto il giorno a contare voti e, se penso che hai dovuto affrontare la meschinità del mondo eliminando molte schede precompilate, ti sono anche umanamente vicino, ma ti rendi conto che non si può twittare una roba del genere? Che non si può comunicare i candidati di tutte le categorie tranne la mia ipotetica, allargando le braccia e dando la colpa ai limiti del mezzo di comunicazione che tu – tu! -, cordiale organizzatore, hai scelto per fare l’annuncio? Come se tu non avessi scelta. Come se Twitter fosse l’unica via. Come se fossimo ai tempi del telegrafo, dei segnali di fumo, dei messaggeri, dei messi (minuscolo), dei piccioni viaggiatori. Senza neppure fornire un orario o un luogo virtuale al quale appigliarci per avere notizie. Un “poi vi diciamo”. Lo capisci che non sta né in cielo né in terra? Eh?
Ho finito.

Che poi non è neanche vero che questa è la seconda cosa a cui ho pensato, era una scusa per lanciare lo strale. Ma andiamo avanti, che è meglio.

La terza cosa a cui ho pensato è stata: “Ora mi leggo tutti i miei rivali”, e poi, conseguentemente: “Cioè, ma tu, egregio organizzatore, per quale criminosa ragione non ci hai messo i link accanto ai nomi dei candidati?”

Però no, non m’interessa più, avrai avuto le tue ragioni. Rimedio io, li metto tutti qui, uno dopo l’altro, e lo faccio per voi, perché vi voglio bene, ché il copia-incolla è attività usurante come poche altre.

Candidati a miglior post o articolo - Macchianera Blog Awards 2011

 

Cinque anni fa – eddaje!

Donne da non frequentare - il deboscio

Il lodo Ligabue - Leonardo

Lettera a Gianna Nannini. Da Lia Celi - Vanity Blog

L’annosa questione della moschea di Sucate a Milano - 140 News Net

L’ombra di una legge - Filippo Facci per il Post

Non siamo malati - Leonardo

North by Northwest - Daniela Ranieri per Eudemonico

Pia Pisa - La Z di Zoro

Revolutionary Road - Fed-ex

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La quarta cosa a cui ho pensato è stata forse la prima degna di un certo rilievo. Mi son chiesto: “Mi voto?”
Mi son risposto di sì. Principalmente perché, dopo attento esame dei candidati, sono giunto a una conclusione miserevole: voterei per il mio post anche se non ne fossi l’autore. Il che non è neppure troppo strano, considerato che se ho scritto quel che ho scritto è perché evidentemente mi appassionava, e che se l’ho addirittura pubblicato è perché lo trovo bello. Però c’è dell’altro, e ora ve lo racconto e vi spiego perché non voterò per gli altri nove. Magari poi fate altrettanto, non si sa mai.

Non voto per il deboscio perché le donne che fanno teatro sono assolutamente da frequentare. Perché ho rispetto verso quelle che vomitano alle feste, e qualcosa in comune con quelle che leggono Benni.

Non voto per Daniela perché il suo bel post non mi ha preso. Mi ha dato l’impressione che stesse per iniziare da un momento all’altro, finché non è finito.

Non voto per Federico perché la fa troppo facile, anche se comunque quel finale è notevole.

Non voto per Leonardo, ma è difficile non votare per Leonardo, devo ammetterlo. Ha ben due candidati, e sono entrambi di valore. Quello con la Franca e Ligabue è più vero, l’altro è più profondo e originale. Non ce n’è uno nettamente migliore. Però questa doppia opzione mi rende inquieto. E se poi disperdessi il mio voto? Perché questa doppia scelta, Leonardo? Perché ci vuoi far sentire come chi votava comunista ai tempi di Diliberto e Bertinotti?

Non ho votato per Lia Celi perché, se si parla in un certo modo della Nannini, mi aspetto sempre di leggere gli indelebili versi “e allora accarezzo la mia solitudine/ed ognuno ha il suo corpo a cui sa cosa chiedere”, o comunque un richiamo a quel concetto. Invece niente, è una lettera sincera a metà. E poi perché il deboscio ha ragione: le donne che comprano Vanity Fair sono da non frequentare.

Il post su Sucate mi ingrigisce. Mi ricorda come gli spettacolosi giorni delle amministrative siano ormai politicamente distanti, sbiaditi, scorsi via come lacrime nella pioggia.

Pure Zoro mi fa quest’effetto. Forte Zoro, però. Anche se poi con Mastandrea e De Rossi so’ bboni tutti. C’è chi ci vincerebbe un Oscar e una Champions. Non so chi, ecco, ma so che non è Luis Enrique.

E infine c’è Facci. Facci no. Per piacere, Filippo Facci no. Sarò sincero: io preferisco un nono posto con lui decimo che piazzarmi sul podio con lui vincente. Arrivare dopo Facci mi darebbe un’amarezza intensissima. E poi guardatelo in faccia, a Facci. Vi sembra uno che potrebbe gioire di un’eventuale vittoria? A me no. Io credo che andrebbe a ritirare il premio ostentando fastidio, con quel suo tipico ghigno rovesciato, e direbbe due parole di fretta che vi farebbero sentire degli stronzi perché lo avete votato. Perderebbero tutti, sarebbe la sconfitta finale.

Quindi mi raccomando, votate con cautela.

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6 ottobre 2011
Grazie a tutti, ce l’abbiamo fatta: Facci is beaten!

Sono immortale

2011/07/08 § 4 commenti

Ho pensato anche questo, a un certo punto di questi ultimi due giorni surreali, mentre quel post veniva letto e incensato oltre ogni mia più rosea aspettativa. Più precisamente, ho pensato di essere diventato davvero immortale nel momento in cui ho realizzato che, secondo Francesco Costa, ho descritto “l’eccezionalità di quella partita come nessuno aveva fatto prima”. Mi son detto: se ciò è vero (e ho sempre pensato Francesco come uno attendibile), siccome quel match è virtualmente immortale, allora è immortale anche il post, e io di riflesso.

Questo per darvi un’idea dei livelli di vanagloria che mi sono permesso di raggiungere in alcune fasi delle ultime 48 ore. Mi son creduto la reincarnazione di Joyce e, a dirla tutta, mi davo fastidio da solo. Però credo fosse inevitabile. Sfido chiunque a mantenere la calma se, al post numero 6 di un blog che non ha nemmeno due settimane di vita, succede che:1

a) Mr. Giovanni Fontana (padre spirituale!), non solo ripropone il pezzo a sua volta, ma lo etichetta “capolavoro assoluto” e “post dell’anno”;

b) pure il prof. Beccaria riposta, aggiungendo che “la parte su Gilardino e Del Piero è da premio Pulitzer”;

c) di Francesco Costa ho già detto;

d) alcuni commenti fanno venire il magone. Ad esempio c’è Paolo che dice: “Da inserire nelle antologie di letteratura italiana dei licei. Ti amo.”
Narno ha usato termini quali “commovente” e “grandioso”, e mi ha inoltre segnalato, in gran segreto, due o tre refusi abbastanza imbarazzanti (grazie).
Invece Emilio, in lacrime, si è prodotto in una standing ovation. E nessuno di loro è mia mamma, ne sono quasi sicuro.

Ovviamente io, di tutto questo, sono felicissimo. Però devo e voglio chiarire che ero, anzi, sono in una fase iniziale e sperimentale, in cui dovrei prendere confidenza col mezzo, vedere cosa mi riesce meglio (il commento di partite epiche della nazionale mi viene bene, ho appurato, però temo che il materiale commentabile non abbondi). Quindi ho chiamato una sorta di time out per fare il punto della situazione e raccomandarmi con voi di tenere presenti queste cose. Sì, per un po’ ci ho pensato a continuare come se nulla fosse, postare qualcosa, un post qualsiasi su, che ne so, l’importanza dei fori nelle scatole per pizza, o Stanley Kubrick. Ma poi mi è sembrato ridicolo, innaturale, quasi disumano.

Inoltre non sono certamente il solo a essere contento dell’accaduto, perché in realtà quel post è stata una bella sorpresa per tanti, e non è mica mio, è di chi se l’è goduto, esattamente come la partita. Quindi credo sia anche il caso di fermarsi qui e festeggiare un po’, fosse solo per mezzo secondo. Perché le cose belle, quando succedono, è bene celebrarle. Poi si ricomincia, ma un po’ più contenti. Bentrovati, grazie a tutti, eddaje!

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1 Ho fatto questo riepilogo non per vanità, ma per una ragione molto più seria: dovevo esorcizzare questa manciata di fantastici elogi, che ha avuto un effetto per certi versi simile a quello di una caterva di insulti. Infinitamente più piacevole, certo, ma ugualmente scioccante.

Eddaje?

2011/06/26 § 3 commenti

Sì, eddaje!

Prima di tutto perché eddaje, o più spesso daje, è una parola eccezionale.
In quasi sette anni passati a Roma si è radicata nel mio vocabolario, la penso, dico e scrivo continuamente. Benché corta, sgranchisce la bocca. La doppia D appiccica la lingua al palato, poi la A la stacca subito, fa uscire l’aria e allarga le fauci, le quali vanno quasi a riserrarsi per lo JE finale, lasciando solo uno spiraglio che poi cresce o svanisce a seconda delle circostanze.

Appunto, le circostanze. Eddaje è una sanguigna parola di gioia e resistenza, che tende essenzialmente al bene. La si usa per incoraggiare qualcuno – o, perché no?, se stessi – ed esortare ad andare avanti, a stringere i denti (che infatti si sfiorano durante lo JE), anche a rialzarsi. Allo stesso tempo, la si può urlare, allungando a piacimento la A e la seconda E, durante una qualsivoglia esultanza, in cui assume il significato e la potenza di un vai così al cubo. Poi la si usa per mettere fretta a chi ti sta facendo fare tardi, o per esprimere disappunto, ma sempre invitando a fare meglio. In alcuni casi può addirittura sostituire un . Eddaje è una parola costruttiva.

Inoltre deriva da dare, e credo questo sintetizzi perbene le principali ragioni alla base di questo posto.

Da quando sono fisicamente fuori dall’Italia, ho lasciato che i miei pensieri ci ritornassero spesso. Ho riflettuto molto e da una nuova prospettiva, accumulando ed elaborando nuove informazioni e sensazioni.1 Alcune mie idee stavano invecchiando, ma quelle nuove non erano ancora chiare. Poi, un paio di mesi fa, mi sono imbattutto in alcuni pezzi del nuovo libro di Luca Sofri, Un grande Paese, ed è stato come leggere i miei pensieri, finalmente coerenti e lucidamente espressi; è stato come intravedere il traguardo a metà percorso.

Starete pensando che per quanto rimpiazziamo i contenuti, sempre di patria stiamo parlando, ed è il concetto stesso a essere anacronistico: siamo cittadini del mondo, e ogni inclinazione localistica ci porta indietro. È un pensiero facile e immediato, e l’ho avuto anch’io a lungo. Ma ho cambiato idea. Il «proprio paese» esiste. Gli vogliamo bene, anche se non sappiamo a cosa. Il «proprio paese» serve. Se non altro perché qualcuno deve pur vergognarsene quando va a rotoli. Non bastassero tutte le ragioni che ognuno può avere di affetto e legame col «proprio paese», l’idea del «proprio paese» serve a farlo funzionare, il proprio paese. Il fattore che più alimenta il declino dell’Italia – assieme alla mediocrità della sua classe dirigente, politica e non – è la disillusione sul suo futuro e sulla sua stessa esistenza in vita. È che molti di quelli che potrebbero e vorrebbero fare qualcosa per portare l’Italia da un’altra parte non riescono più a trovarla, quell’Italia da portare da un’altra parte. È che si sentono soli. È che il peggio di questo posto sta prevalendo sul meglio, e il posto diventa irriconoscibile. E come lo miglioriamo, un posto che non c’è più e che non è più il «nostro paese»?

Già, come lo miglioriamo? E posso io avere l’ardire di provarci da qua, senza essere tacciato di ingenuità o, addirittura, ammutinamento? La risposta alla seconda domanda è: certamente sì. La prima questione è più complessa, e io una risposta non ce l’ho, ma a tal proposito c’è un altro punto chiave che viene affrontato da Sofri e sul quale mi sono trovato pienamente daccordo: mettere a frutto le proprie capacità è un modo molto naturale di contribuire alla crescita del «proprio paese».

C’è chi fa ciò che vuole e c’è chi fa ciò che gli riesce meglio (sì, c’è anche chi non fa nessuna delle due cose o chi proprio non fa niente, ma non è questo il punto). Una società giusta offre a ognuno la possibilità di fare ciò che più desidera. Ma una società in crisi ha bisogno come il pane che chi la compone si dedichi a ciò che gli riesce meglio. È logico, quasi ovvio, lo capirebbe anche un economista: in fondo si tratta di ottimizzare le risorse. È certamente meglio avere un imbianchino eccellente che un pittore mediocre, e viceversa.

Per quanto mi riguarda, c’è una varia umanità composta da insegnanti, parenti, genitori, amici, colleghi e conoscenti che, sin da quando avevo i denti da latte, ha spesso apprezzato sinceramente ciò che scrivevo e mi ha costantemente consigliato di continuare a farlo. A farlo per vivere, insomma. A tal punto che adesso ci sono alcuni delusi e tuttora ho qualche parente che crede che io stia facendo il giornalista. A parte gli aspetti comici di questa vicenda, tutto ciò è sempre stato piacevole e lo è ancora, ma allo stesso tempo è stato un po’ ingombrante. Cioè, ma se io non volessi scrivere?

Perché il giornalista, o addirittura lo scrittore, io non li ho MAI voluti fare. Ci ho pensato spesso e, assieme ai numerosi dubbi sulle mie effettive possibilità di riuscirci, ho sempre avuto il sospetto, forse poco fondato, che passare una vita a scrivere sia incompatibile col viverla appieno, la vita.

Però ho continuato a rifletterci e, infine, ho capito o deciso che invece da ora in avanti troverò il tempo e scriverò. Non so quanto, non so bene di cosa, ma scriverò. Per mantenere un contatto con l’Italia (e l’italiano). Per dare qualcosa. Perché mi riesce. Perché oggi è facile. Perché è giusto. E per tutta una serie di altre ragioni che adesso non conosco, ma che scoprirò in futuro.

Ciò detto, non ci sarebbe nient’altro da aggiungere. Se non che in certe situazioni penso che tutta questa bella e nobile premessa sia soltanto una mera copertura che mi sono costruito, e che in realtà ho solo una pura e semplice voglia di raccontare e raccontarmi. E in fondo è vero anche questo, non riesco a darmi torto. Come d’altronde resta vera la bella e nobile premessa. Quindi? Quindi non se ne esce, e alla sorgente di ‘sto blog c’è un’insanabile contraddizione. Che se ne prenda atto, io l’ho già fatto. E siccome sono una persona coerente, d’ora in poi cercherò di contraddirmi il più possibile.

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1 Mi sembra di capire l’Italia molto meglio dall’estero, e nella mia testa questo fatto si ricollega a due cose. La prima è quel momento in cui, ne Il nome della rosa, Guglielmo spiega ad Adso che i labrinti si risolvono meglio una volta che ne siamo fuori. Non che mi senta di aver “risolto” niente, figuriamoci (e poi l’Italia non è certo un labirinto: è MOLTO più complicata), però è una bella metafora. La seconda è questa canzone.
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[Segue, in un certo senso]

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